In fuga dalla retorica

Politica
epa05620770 Republican presidential candidate Donald Trump campaigns at a rally at Loudon Fairgrounds in Leesburg, Virginia, USA, 07 November 2016. Republican Donald Trump is running against Democrat Hillary Clinton in the election to choose the 45th President of the United States of America to serve from 2017 through 2020.  EPA/MICHAEL REYNOLDS

L’ultimo editoriale di Walter Veltroni mi ha suscitato alcune domande, ma parto da una convinzione: ormai è chiaro che nel 2008 è finita un’epoca, senza che una nuova sia arrivata

Nel suo editoriale di domenica scorsa, Walter Veltroni incita la sinistra a non indugiare, a riscoprire l’importanza dell’innovazione politica e del riformismo per dare risposte a quella parte impaurita della classe media che sembra trovare rifugio nei messaggi dei demagoghi contemporanei. Veltroni, si sarebbe detto, storicizza il tema, identificando tre spartiacque: il 1989, il 2001, e il 2008, tappe in cui è nato un nuovo mondo, che è poi entrato in crisi. Il suo pezzo mi ha suscitato alcune domande, ma parto da una convinzione: ormai è chiaro che nel 2008 è finita un’epoca, senza che una nuova sia arrivata.

Ricordiamo che dopo la crisi finanziaria, paesi e governi, che avevano esaltato per t re n t ’anni il libero mercato come panacea, dovettero rapidamente far intervenire lo Stato per salvare banche (dunque risparmi: no facili populismi), fabbriche di automobili, altre istituzioni economiche. Quell’anno fu distrutto il mito dello Stato minimo che aveva sorretto i trent’anni precedenti. Con esso ne distrusse un altro: quello che nel mercato chi sbaglia paga sempre. Perché se alcune banche in quanto tali furono cancellate dal panorama, il senso che rimase a tutti fu di un fallimento collettivo in cui non c’erano responsabilità personali: eppure molte condizioni personali, dopo quell’anno, peggiorarono. Si è rotto di colpo un paradigma politico e un vincolo di fiducia nel sistema che ha aperto gli argini al mare di sfiducia che oggi sembra invadere le nostre città.

Attenzione: i trent’anni fino al 2008 videro l’espandersi della democrazia nel mondo, l’uscita di un miliardo di persone dalla povertà, progressi tecnologici, culturali ed economici (meno in Italia per ragioni che ho discusso altrove, e per questo Grillo arrivò prima degli altri). Ma nel 2008, l’equilibrio di quel tempo è finito, inutile (politicamente) spiegarne i successi, giusto cercarne i limiti. Tuttavia, il pensiero e la politica progressista si pongono oggi contro una alternativa che ora sembra davvero chiara.

È troppo presto per sapere nel dettaglio cosa farà l’amministrazione Trump, quello che sappiamo è che ha messo su finora una squadra reazionaria in campo economico, sociale, culturale, come non se ne erano mai viste.

Sempre sbagliato, anche con gli avversari, dare giudizi sulle persone: bisogna far parlare i fatti. Ma le parole sentite finora non lasciano presagire nulla di positivo. Una cosa però abbiamo imparato, spero definitivamente. Gli elementi di «novità» che i demagoghi mostrano nel loro stile, da Trump a Grillo passando per Farage, Le Pen, eccetera, fatti di insulti, menzogne, e paranoie complottiste, sono solo cortina fumogena per una politica di chiusura reazionaria che non è nuova affatto, ma storicamente l’istinto di tante persone nei momenti di incertezza.

Questo si vede in tutti i luoghi, dagli Usa, alla Gran Bretagna, fino a Roma o Torino, dove i demagoghi sono andati al potere. Si è tanto parlato in questi giorni, come nei giorni dopo la Brexit, di «rivolta contro le élite», o contro «l’establishment». Così facendo, i commentatori specialmente quelli progressisti, stanno semplicemente arrendendosi alla stessa retorica e alla stessa logica traditrice propugnata dai demagogici che, al contrario, sono parte consustanziale delle élite più trite. Infatti, come giustamente richiamato da Veltroni: la classe più ricca ha votato soprattutto Trump mentre la più povera soprattutto Hillary.

Inoltre, Hillary ha preso molti più voti di Trump e dunque bisogna sapere di essere dentro una sfida che stavolta è stata persa di un soffio, non di esser stati «sopraffatti dalla rivolta» (si è persa per il voto dello 0.03% degli americani, concentrato in alcuni stati chiave, come rileva Luca Sofri sul Post).

Sicuramente esistono nuove disuguaglianze che vanno messi sistematicamente al centro delle politiche progressiste. Disuguaglianze non solo economiche, ma soprattutto sociali, di legami, geografia e strumenti: i meno istruiti e chi vive lontano dalle città sono i principali gruppi ad aver votato Trump o per la Brexit. Esistono prudenze riformiste e pigrizie nostalgiche, ovvero vizi di entrambe le due facce storiche della sinistra occidentale, che hanno fatto nel passato danni rilevanti nutrendo la sfiducia. Resta il fatto tuttavia che l’onda demagogica è soprattutto una reazione culturale, da combattere dal punto di vista politico e sociale, contro il valore di sinistra oggi più vivo di tutti: l’internazionalismo –paradossalmente: l’unico che non si cita mai, con un nome vintage, ma il più egemonico di tutti. Infatti, mentre fanno finta di prendersela con qualche «potere forte» immaginario, e mentre poi si appoggiano sui poteri più vecchi e cupi, i demagogici combattono soprattutto le facce normali delle persone che vivono e lavorano sentendosi naturalmente parte di un mondo più ampio del tinello della loro cucina.

Ci sono quelle che per una parte lunga o breve della vita vanno all’estero a vivere, una minoranza di qualche decina milioni di persone che –vi assicuro –si sobbarca un percorso che tutto è tranne che elitario nel senso di privilegiato. Ma ce ne sono assai di più che pur rimanendo tutta la vita nel loro quartiere praticano ogni giorno valori di solidarietà, apertura, curiosità, condivisione, fiducia nella scienza e nel sapere, fiducia nel lavoro e nell’impegno, umiltà che non è sottomissione, rigetto di pratiche patriarcali, sessiste e razziste, persone il cui amore per il proprio Paese non diventa neanche per scherzo nazionalismo, ma la base su cui costruire la propria identità di cittadini del mondo. Allora queste persone oggi, sotto chiaro attacco, devono anche sentirsi parte di un’immaginaria «élite», snob e distante, che ha permesso la vittoria di Trump? Onestamente mi pare troppo. Certo è importante, quando emergono, riconoscere i limiti dei leader politici progressisti, sforzarsi di operare per far prevalere il senso collettivo sull’opportunismo individuale, e cercare di promuovere nuove politiche per ridurre disuguaglianze che sono state trascurate, oltre che la credibilità di chi si candida.

Ma bisogna anche avere presente che lo scopo è quello di battere questi miliardari senza scrupoli, che usano i mezzi più scorretti, a partire da Grillo e i suoi seguaci. Uno di loro purtroppo ha vinto in un posto importante mercoledì scorso, ricordiamo: grazie allo 0,03% del voto degli americani.

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