Impossibile fare buona politica senza saperla comunicare bene

Comunicazione
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La comunicazione non è tempo rubato al fare, è semmai tempo prezioso da spendere per far sì che lo sforzo compiuto non sia stato invano

Singolare constatare come, quando si tocca il famigerato tema del rapporto fra comunicazione e politica come succede in questi giorni a proposito del Partito democratico, si dia spesso per assodato che il tempo speso a ragionare sul come si debba parlare pubblicamente di una determinata cosa sia tutto tempo sottratto alla costruzione di quella cosa stessa. Come se la comunicazione fosse un gas leggero e inconsistente da contrapporre alla pesante sostanza dell’agire.
La prima cosa da fare è sgombrare il campo da questo gigantesco e pigro equivoco che giunge quanto mai fuori tempo massimo: se non trovi un modo efficace di comunicare un fatto, quel fatto semplicemente non esiste. Punto. La comunicazione non è tempo rubato al fare, è semmai tempo prezioso da spendere per far sì che lo sforzo compiuto non sia stato invano. Questo vale per tutto: le aziende per cui lavoriamo e verso le quali ci rivolgiamo, le istituzioni che ci guidano, le varie comunità dentro le quali ci ritroviamo, i fenomeni culturali, l’intrattenimento. E ovviamente la politica.
Me lo si lasci dire prima di tutto da cittadino e da elettore ancor prima che da giornalista e osservatore: a me inquieta pensare che non ci si ponga il problema di come comunicare un a determinata azione politica, non che ce lo si ponga troppo. E pazienza per quelli che vogliono bollare ogni sforzo in questa direzione come “berlusconiano” (aggettivo peraltro che se declinato in campo comunicativo suona tutt’altro che dispregiativo, si può dire o è ancora un tabù?) o “di plastica”. Denota malafede quando non incapacità di stare dentro al discorso contemporaneo. Dove contemporaneo non vuol dire nuovista bensì appartenente al proprio tempo.
E cosa deve fare un partito se non stare dentro al proprio tempo? La storia della politica è anche e soprattutto storia della comunicazione: i grandi discorsi che hanno definito i grandi leader e i grandi movimenti, i manifesti che hanno finito per segnare le varie stagioni, le prime pagine dei giornali assurte a simbolo di un’era. Cos’è tutto questo se non il successo decretato dalla storia di grandi talenti e strategie comunicative? E la si smetta con il bollare la comunicazione come non appartenente al dna della sinistra.
Basti ricordare, per allontanarsi un attimo dall’Italia, che il rapporto fra Margaret Thatcher e un moloch della pubblicità come Saatchi e Saatchi altro non era che l’aggiornamento di un’intuizione del Labour di vent’anni prima quando, come ricorda il bel libro Mad Men and Bad Men, il leader della sinistra inglese Harold Wilson affidò la strategia del partito a un trio formato da un pubblicitario, un pr e un esperto di media. Di storie così ce ne sono a centinaia. È la storia della politica, è la nostra storia. Auguriamoci che ci si ponga sempre di più il problema di come raccontarla al meglio.

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