La “marcia degli scalzi” può aiutare a costruire una nuova Italia

Immigrazione
Un momento della marcia degli uomini e delle donne scalzi a Firenze, 11 Settembre 2015. ANSA/ MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

La Germania ha da tempo imboccato la strada giusta nelle politiche di integrazione. L’iniziativa di oggi, che ha il suo centro a Venezia, deve servire a intraprendere un percorso analogo anche da noi

Siamo nel pieno di una straordinaria ondata di reazione, più emotiva che “politica”, di fronte all’arrivo in Europa di migliaia e migliaia di famiglie dal Medio Oriente. Ed è normale, è bene che sia così, che il cuore prevalga. L’egoismo prende una bella sberla, in questi giorni, in Europa. La marcia degli scalzi di oggi è un momento chiave di questo sussulto di coinvolgimento solidaristico verso i nostri fratelli che cercano scampo nei nostri paesi. Ed è toccante il moltiplicarsi di notizie di atti di generosità concreta da parte dei tanti cittadini che si dicono disposti a ospitare famiglie di siriani e iracheni, mettendo anche a loro disposizione le proprie seconde case.

Marciamo oggi a Venezia e in una sessantina di città, una bella iniziativa, che sarà un successo se sarà un giorno ricordata come l’inizio di un percorso. Un percorso di profonda, radicale e salutare trasformazione del nostro paese e del nostro continente.

Che sia solo un’emergenza umanitaria, quella che vivono i popoli mediorientali e africani e che noi con i loro arrivi stiamo vivendo, non lo pensa più nessuno, sebbene su tutto prevalgano adesso soccorso e solidarietà, che naturalmente nell’immediato assorbono energie e dedizione, ma anche occupano il centro del dibattito.

Ma se il tema resta confinato nel perimetro emergenziale, è fatale che la marcia di oggi, anche se molto partecipata, finisca nel tritacarne del “ciclo della notizia”, il meccanismo mostruoso dell’infotainment che dà tanto spazio a un evento, lo spettacolarizza, lo “monta” a dismisura, finendo per esaurirne l’interesse del pubblico in pochi giorni, relegandolo così nel dimenticatoio, per dare rilievo al successivo grande evento che dominerà il nuovo ciclo della notizia.

Certo, è inimmaginabile che il flusso degli arrivi di profughi si plachi, tutti ormai sanno che avverrà il contrario, né si può pensare che l’unico conflitto in corso sia quello siriano e che le altre crisi non produrranno, come peraltro già avviene e si vede da tempo, altre catastrofi umanitarie e altri grandi esodi verso l’Europa. Quindi, sì, il tema della grande migrazione è destinato a restare in agenda e sui media, ma col rischio che lo rimanga solo come un’interminabile e altalenante catena di emergenze. Così, mentre assistiamo a questa tragedia, che non osserviamo più come spettatori televisivi perché entra anche fisicamente nelle nostre case, fatichiamo ancora a cogliere la portata di un fenomeno che sta già rimodellando in profondità il Vecchio continente, ma noi, la sinistra, che facciamo per impegnarci affinché sia orientato nella direzione giusta?

Si è molto parlato di Angela Merkel, dopo la sua decisione di aprire le frontiere e accogliere i siriani in fuga. La sua indiscutibile leadership fa discutere, eppure si è perso di vista il senso più profondo e altamente significativo della sequenza delle sue decisioni politiche. Che sono condensate in un recente messaggio che Danilo Taino, in Italia, ha avuto il grande merito di riportare.

“Ieri (7 settembre) – scrive Taino sul Corriere della Sera – Angela Merkel ha tenuto una conferenza stampa per felicitarsi con i tedeschi, per dire come sia stata commovente, durante il weekend, la loro accoglienza ai profughi in cerca di asilo. Ma soprattutto per avvertirli di quello che li aspetta. Gli arrivi — ha detto — ‘sono qualcosa che dovremo affrontare per i prossimi anni’. Qualcosa — ha aggiunto — ‘che cambierà il nostro Paese: vogliamo che sia un cambiamento per il meglio e crediamo di poterlo fare’. Soddisfatta, commossa … e pronta ad affrontare una quantità (di persone) che cambierà la qualità (del Paese). La svolta che il flusso di profughi ha avviato nei giorni scorsi è, nella lettura della cancelliera, un’immediata impresa organizzativa.

Ma è soprattutto destinata – puntualizza bene Taino – a trasformare la Germania e il Vecchio Continente. Integrare centinaia di migliaia di richiedenti asilo, probabilmente qualche milione nel giro di pochi anni, sarà una sfida maggiore di quella della riunificazione: non tanto per numero di persone coinvolte ma perché si tratta di profughi diversi dai tedeschi per cultura, usanze, religione, aspettative, capacità di comunicare.

L’obiettivo di Berlino è rendere il meno traumatico possibile il passaggio dalla Germania più o meno omogenea di oggi (in realtà ha già integrato quattro milioni di turchi, ma in decenni) a una Germania multinazionale”. La cancelliera “ha sottolineato che è bello sapere che il Paese è attraente, che la gente vuole andarci a vivere, ‘soprattutto se pensiamo alla nostra storia’”.

Già, la storia, il passato che – si diceva – non passa. E che oggi invece è addirittura rovesciato. Anzi, il suo rovesciamento è l’unico vero modo per elaborarlo, quel passato, ed è davvero quello di promuovere, con l’immigrazione, una rinascita della Germania. La nazione della devastante ideologia della razza pura oggi rifonda se stessa assorbendo e inglobando persone e famiglie provenienti dai paesi più diversi e distanti. La nuova Germania è la Germania di una nuova chimica demografica.

Non è una svolta. È un percorso iniziato da tempo, che va avanti, e sempre più intensamente, da diversi decenni, da quando gli immigrati, da tollerati Gastarbeiter, lavoratori ospiti, pura forza lavoro temporanea senza cittadinanza, sono diventati parte importante e attiva della società, della cultura, dell’economia e della politica tedesca.

Taino citava opportunamente i turchi. Una presenza ormai “storica” e sempre più rilevante. Quanti milioni sono i musulmani tedeschi? E gli italiani diventati tedeschi, i loro figli, nipoti? E gli israeliani che risiedono a Berlino, ormai la terza città israeliana?

Può essere comodo per la facile polemica ignorare questi processi ormai di lunga durata. E ridurre la mossa di Merkel a una manovra estemporanea e propagandistica. Non è solo faziosità ma impedisce di capire che la strada imboccata da tempo dalla Germania è quella giusta, l’unica percorribile, perché proprio la politica dell’immigrazione finora lì praticata non solo consente oggi di accogliere un numero di profughi superiore a quello di tutti gli altri paesi europei messi insieme, ma permette anche di favorire processi di integrazione e di ridefinizione demografica del paese altrimenti inconcepibili. La Germania si è messa in gioco da tempo, e giustamente e fieramente Merkel può dire oggi che la Germania è “un paese d’immigrati”.

La Germania indica dunque una strada possibile, che è in realtà l’unica praticabile anche altrove in Europa, anche in Italia, quando, dopo l’ondata solidaristica si dovrà pur discutere, nel modo più costruttivo possibile, intorno all’idea di un’Italia, multietnica, multireligiosa e multiculturale. Altrimenti la generosa accoglienza di questi giorni, la marcia di oggi, si ridurrebbero a moti nobili di altruismo ma privi della responsabilità politica richiesti dalla necessità di voltare pagina e di impegnarsi per una questione che un tempo avremmo definito “strutturale” qual è la chimica demografica italiana, ed europea, rivoluzionata dalla grande migrazione. Un fenomeno grandioso che non può essere né sottovalutato con posizioni propagandistiche né subìto, ma governato con una visione.

Merkel ha con sé, per ora, la maggioranza dei tedeschi. Ma dovrà ancora lavorare sodo, con gli alleati di governo della Spd, perché il processo di accoglienza diventi un proficuo processo d’integrazione. I nemici sono minoranza, ma sono agguerriti, sono i nostalgici della razza pura.

Non è un conflitto “tedesco”. Anzi, in Germania la sua portata è molto minore rispetto a quella di paesi come la Francia e il Regno Unito, paesi alle prese da tempo con problemi di razzismo, xenofobia e rinascente antisemitismo.

La trasformazione demografica è il grande tema delle prossime elezioni presidenziali americane, dove il campione della destra è un miliardario, Donald Trump, ed è l’icona dell’America bianca che teme di finire minoranza sotto la spinta dell’immigrazione ispanica e che vive male l’attenzione data alla catena di episodi di razzismo contro gli africani americani nei quali è protagonista la polizia “bianca” fino a denunciare un razzismo verso i bianchi.

La presidenza Obama è stato uno spartiacque storico. L’elezione di un nero, del primo presidente figlio di un immigrato (dal Kenya). Non solo un grande fatto politico, ma soprattutto sociale e culturale, un cambiamento epocale che fotografava nitidamente la nuova composizione demografica statunitense.

Con Trump l’America bianca retriva e bigotta cerca la rivincita. Non ci riuscirà? Ma intanto quel che accade in America, in questa campagna elettorale, ci dice che questi processi trasformativi della società sono complessi, difficili, suscitano conflitti rancorosi, richiedono un grande impegno, continuo, volto soprattutto – come ha cercato di fare Obama – a convincere i riluttanti che il rinnovamento dell’America conviene a tutti e che può avvenire oggi solo grazie all’inclusione, al coinvolgimento, alla partecipazione di tutte le componenti della società americana, compresi gli oltre undici milioni di illegal in maggioranza latinos (quelli che Trump considera immondizia e vorrebbe rispedire a casa). Diversamente, è la guerra di tutti contro tutti. È il dispendio di enormi energie e risorse rivolte a dividersi anziché a costruire insieme.

La Germania è su questa lunghezza d’onda.

Anche l’Italia che oggi marcia dovrebbe incamminarsi su quella strada e iniziare dal Lido un lungo e difficile percorso per rifondare il nostro paese trasformando questa catastrofe umanitaria in una lungimirante e straordinaria occasione di rinascita.

 

(tratto da Ytali.com)

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