Immigrazione, i numeri e le persone

Immigrazione
Immigrazione: sbarco Palermo; indagine per omicidio

Ogni numero è una storia, una donna, un bambino, un giovane uomo. Gestire i flussi migratori significa anche non celare dietro ai numeri le persone

Ancora 40 vittime nel Mediterraneo. Anche se c’è uno sforzo finalmente comune dell’Europa con tre missioni navali (Triton, Poseidon e Eunavfor Med) per evitare le morti in mare, attraverso il pattugliamento, la ricerca e soccorso in mare e la lotta contro i trafficanti di persone. 40 vittime hanno un valore assoluto, perché ogni vita persa in mare si deve poter evitare, ma hanno anche valore simbolico perché ci aiutano a riflettere sull’immigrazione, per una volta a partire dai numeri.

Il primo numero da prendere in considerazione è quello degli arrivi. Al 23 luglio 2015 il conteggio degli arrivi segnalava 85.815 persone giunte in Italia. Poco più di quelle arrivate l’anno precedente (85.062). Certamente molte di più di quelle arrivate nel 2011 o nel 2012, anni di incertezza dovuti alle Primavere arabe, quando però la situazione delle istituzioni in Libia non consegnava un sistema di confini poroso come oggi. I comuni italiani sono 8.092: sono arrivate dieci persone per comune. Numeri notevoli, certo, ma che non giustificano una certa destra che parla di invasione. Soprattutto ora, che l’Europa ha capito che deve fare la sua parte con la pubblicazione dell’Agenda comune europea per le migrazioni, quando si delineano finalmente i contorni di una politica di gestione del fenomeno che sia europea e articolata in misure diverse (contrasto al traffico, gestione delle frontiere, politica di asilo comune, nuova politica di migrazione legale): gli arrivi devono poter essere considerati all’interno di una logica europea, e non più solo italiana.

Il numero degli arrivi in Italia va però raffrontato con quello dei profughi siriani ospitati in Giordania (un milione di persone circa), e in Libano (un milione e mezzo), per popolazioni rispettivamente di 8 e 6 milioni di cittadini. Fatte le proporzioni, è come se in Italia dall’inizio della guerra siriana fossero arrivati 17 milioni di persone. Nessuno però in Giordania e Libano parla di invasione. I governi, tra mille difficoltà e grazie anche ai progetti di cooperazione internazionale, si sono attrezzati per evitare che i campi profughi diventino insediamenti permanenti colmi di disperazione, perché i bambini possano continuare ad andare a scuola e perché i servizi locali non siano sopraffatti da questo aumento straordinario di popolazione.

Giordania e Libano dovrebbero essere di esempio – e rassicurazione – per i paesi europei. Ed è qui che balza all’occhio un terzo numero: 8mila persone. È su questa cifra che la proposta delle istituzioni europee sulla ripartizione dei rifugiati tra gli stati membri per il 2016 si è incagliata. L’egoismo, l’autoreferenzialità di alcuni governi europei sono impietosi: sono 11 milioni i cittadini siriani rifugiati in Siria o all’estero, e i 26 paesi europei non riescono a ospitare insieme 8mila persone in più nel 2016.

È nella distanza tra necessità e disponibilità che naufragano i rifugiati, che si crea un populismo irrealistico e senza costrutto. La gestione comune europea di chi richiede asilo va rafforzata perché essa è la risposta vera a un fenomeno che è affrontabile, se si guardano i numeri per quelli che sono.

Guardando ai numeri, non bisogna dimenticare che ogni numero è però una storia, una donna, un bambino, un giovane uomo. Gestire una questione come quella dei flussi di rifugiati richiede anche la sensibilità di non celare dietro ai numeri le persone. Perché un morto abbia un valore assoluto, perché i nostri paesi, oltre a gestire senza isterismi il fenomeno, possano effettivamente fare spazio ad altre storie, altre persone.

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