Il weekend di fuoco della sinistra italiana

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Sarebbe bene che tutti gli eserciti in campo deponessero le armi e si affidassero alle scelte del popolo democratico

Il weekend di fuoco del centro-sinistra italiano comincia, di venerdì e finisce di domenica come tutti i fine settimana del resto. E poi c’è il lunedì che, come sanno gli amanti del calcio, può essere di festa o da dimenticare. Come sarà quello dei poveri elettori del centrosinistra? Piangeranno per l’ennesima scissione oppure esulteranno per lo scampato pericolo? Noi proviamo a guardare come dall’alto di una collina: la panoplia  dei contrapposti eserciti che si preparano alla pugna scintillano al sole,  i generali dispongono le truppe, i comandanti serrano le file. Fermiamo allora questo fotogramma, prima che tutto accada. Chissà che ragionare sugli esiti prima che accadano non possa essere un buon metodo per  esorcizzare il peggio.

Il Colonello Massimo Aureliano Buendia. Massimo D’Alema è il primo a partire, comincia venerdì con una delle iniziative del suo movimento ConSenso. Tra tutti gli esponenti della minoranza del Pd è quello che ha già costruito una rete fuori dal Pd. Vuole una “costituente del centrosinistra”. Parla con tutti coloro che stanno fuori dal Pd: Sinistra Italiana, ovvero quel che è rimasto di Sel dopo la scissione di Arturo Scotto e Massimiliano Smeriglio, che sono usciti per andare  dentro Il “Campo Progressista” di Giuliano Pisapia , ma parla anche con Pisapia e traina la minoranza dem a seguirlo fuori dal Pd. Gli ribattono che chi, come lui nel famoso seminario di Gargonza, demolì l’idea dell’Ulivo come casa comune del centrosinistra non è il più adatto a costruire una casa comune. Si sospetta che la sua massima sia sempre la stessa che gli disse un barone pugliese allorchè gli offrì il posto di capotavola in una cena: “Capotavola è dove mi siedo io”.

Hasta La Victoria. Da oggi la Sinistra Italiana è riunita a congresso a Rimini. Sognava di essere la riunificazione di tutta la sinistra alternativa, ma la scissione di Scotto e Smeriglio li sospinge verso una logica iper-minoritaria, che considera il Pd, in tutte le sue declinazioni, il nemico principale, come si evince da queste affermazioni di Stefano Fassina: “Insomma, cari Prodi, Bersani e D’Alema, ma andrebbero aggiunti gli altrettanto cari, senza ironia, Ciampi, Napolitano, Amato, Veltroni, i fiori all’occhiello del rimpianto Ulivo o centrosinistra, sono in realtà colpe gravi verso quelli che dovrebbero essere gli interessi di riferimento della sinistra”. Dunque, se le parole hanno ancora un senso, l’idea di portare questa componente a una logica di coalizione con il Pd, chiunque sia il leader, è totalmente infondata.

I tre dell’Ave Maria. Si riuniscono sabato a Roma. Sono i tre possibili candidati in alternativa a Matteo Renzi per la guida del Pd: Roberto Speranza (il candidato di Bersani), Enrico Rossi (governatore della Toscana, fautore di una nuova Rivoluzione Socialista), Michele Emiliano (magistrato in aspettativa, ex-sindaco di Bari, governatore della Puglia).  Hanno chiesto, persino con petizioni on-line, il congresso altrimenti sarebbe stata rottura. Ora chiedono il rinvio del congresso, altrimenti rottura. Saranno disponibili tutti e tre ad arrivare alla scissione? Sembra molto difficile per Enrico Rossi, per gli altri due, si vedrà.

Il convitato di pietra. Giuliano Pisapia e il suo campo progressista. Ha lanciato l’idea di una formazione civica alleata del Pd per costruire un nuovo centrosinistra. Lo tirano per giacchetta, ma lui, proponendo un’idea di unità, si tiene molto lontano dalle dinamiche scissioniste che ne contraddicono l’ispirazione.  La sua convention è a metà marzo, ma che cosa sarà dipende molto dall’esito di questo week-end.

Chi è il vero ammutinato del Bounty? Il copyright della battuta è di Gianni Cuperlo: “Non si è mai visto che ad ammunitarsi sia il comandante”. Domenica l’assemblea nazionale del Pd, secondo statuto utilizzato anche nell’era Bersani, deciderà tempi e modi del congresso. Le acque sono molto agitate anche nella maggioranza che, fino a questo momento, ha sostenuto Matteo Renzi. Anche tra gli uomini più vicini a lui, come Graziano Del Rio, serpeggia l’idea che il leader non abbia fatto tutto quanto poteva per evitare la scissione: “Come cazzo fai in una situazione del genere a non fare neanche una telefonata?”.  Evidentemente le parole di Del Rio, un renziano della primissima ora, seppure catturate in un fuorionda, pesano. Così trapela una telefonata tra Renzi e Emiliano.

Ipotesi di mediazione, se non si vuole rompere a priori, ce ne sono in quantità industriale: allungare i tempi del congresso fino a metà maggio, inserire nell’iter congressuale un passaggio programmatico (come ha chiesto Andrea Orlando).

Cosa succederà è difficile prevedere. L’unica cosa che si può dire è che ormai gli alibi sono caduti per tutti. Il congresso, con tutte le regole e le garanzie possibili e previste, è il luogo dove misurare proposte e leadership. Ma il congresso del Pd, per la scelta del segretario, prevede anche la partecipazione degli elettori del centrosinistra attraverso le primarie. Non è un capriccio di Renzi, è nella natura del Pd. Coinvolgere non solo gli iscritti, ma anche gli elettori dem.

Sarebbe bene che tutti gli eserciti in campo deponessero le armi e si affidassero alle scelte del  popolo democratico, che si è rivelato sempre più saggio dei suoi dirigenti.

 

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