Il vento populista in Europa: la lezione polacca

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epaselect epa04996155 Conservative Law and Justice (PiS) leader Jaroslaw Kaczynski (R) kisses Law and Justice candidate for the Prime Minister Beata Szydlo (L) as they celebrate during parliamentary elections night in Warsaw, Poland, 25 October 2015. Conservative Law and Justice (PiS) wins Polish parliamentary elections with 39,1 per cent of the vote and the ruling party Civic Platform (PO) 23.4 percent according to Ipsos poll. Third Kukiz'15 got 9 percent and fourth is Nowoczesna party with 7,1 percent of votes.  EPA/PAWEL SUPERNAK POLAND OUT

Il preoccupante vento populista si sta alzando in Europa: dalla Lega Nord al Front National sono molti i fronti preoccupanti che possono destabilizzare l’Unione

L’esito delle elezioni in Polonia ha confermato la crescita tambureggiante dei partiti populisti ed antieuropei. Siamo di fronte ad un fenomeno politico dilagante che sta piano piano avvolgendo tutti i paesi dell’Unione europea: esso testimonia il crescente malcontento di numerose fasce della popolazione verso le scelte prese a Bruxelles. Un mix esplosivo di populismo antieuropeo con marcati tratti di nazionalismo, che riesce ad attrarre l’attenzione dei mezzi stampa e televisivi con parole d’ordine spesso pericolose.

Una breve constatazione. Il grido populista del “No all’Europa”, bandiera comune di politico spesso privo di risposte concrete, va dal Front National della “furbetta” Le Pen alla Lega Nord di Salvini, dall’Ukip del burlone Farage agli estremisti della destra greca di Alba Dorata fino a partiti politici meno noti del nord Europa, quali i Veri Finlandesi di Timo Soini, il “Partito della Libertà” olandese oppure il Partito del Popolo Danese, che non spicca certo per progressismo e riformismo; passando per un altro folto gruppo di partiti che lanciano lo stesso preoccupante messaggio populista ed anti-Europa che nelle recenti tornate elettorali nazionali sta ottenendo sempre maggiori consensi, turbando il panorama politico europeo e rischiando di minare seriamente le già barcollanti fondamenta del progetto di integrazione economica e politica europea. (Non ho incluso il M5S che a livello europeo si comporta in maniera più propositiva e dignitosa di quanto non faccia a livello nazionale, votando nella maggioranza dei casi in maniera differente rispetto ai suoi alleati dell’Ukip appunto; scelta comunque indifendibile quella di allearsi con gli euroscettici inglesi).

A questo variegato fronte antieuropeista si deve aggiungere adesso non soltanto il peso politico del partito di governo dell’Unione Civica ungherese (Fidesz) del Premier Orban, ma anche quello del partito nazionalista Diritto e Giustizia della neo-prima ministra polacca Beata Szydlo, creazione – si dice – dell’ex premier Kaczynski. Questa deriva nazional-populista potrebbe portare alla “disintegrazione e alla scomparsa della nostra cara Unione, così come l’abbiamo sognata”, secondo Gianni Pittella. Il capogruppo dei socialisti e democratici al Parlamento europeo ha lanciato un messaggio allarmante, provando ad alzare i toni per contrastare il vento populista che soffia forte e che fa leva sulla paura del migrante (sarebbe meglio costruire un muro o una barriera di filo spinato, come ahimé qualcuno sta provando a fare?), sulla proposta di uscita dall’Euro quasi che fosse la causa prima della crisi economica e finanziaria (meglio tornare a stampare decine di monete nazionali?), sul superamento delle regole previste da Schengen (già abbiamo sospensioni utilizzate occasionalmente quando torna comodo allo stato membro di turno).

La cosa sconcertante è che questo vento populista è stato capace di convincere proprio il popolo polacco conquistando ben il 39% dei voti e la conseguente maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (a proposito di “premi”). Un caso, quello polacco, che merita particolare attenzione. A partire dal suo ingresso nell’Unione (2004), difatti, è il paese dell’Europa dell’Est che ne ha maggiormente beneficiato, grazie ad un pieno ed efficiente utilizzo dei fondi comunitari e degli ingenti contributi europei in termini di investimenti e infrastrutture; un paese che è riuscito, attraverso riforme anche radicali e sofferte da un punto di vista sociale, a rilanciare l’economia centralizzata post-comunista polacca e trasformarla in una piccola locomotiva del liberismo di mercato (capace di crescere a ritmi assai alti e continui, superiori al 3% annuo, perfino durante la crisi che invece fece arrancare tutto il resto continente).

Dunque le istituzioni europee e i suoi leader, prendano atto dell’urgenza di rispondere con politiche celeri e decise al disagio manifestato dall’elettorato polacco, ma che è diffuso in realtà a larghe fasce di elettorato nei diversi paesi europei. Ma non solo. La lezione polacca dovrebbe indurre a far capire che per affrontare efficacemente proprio le questioni più ardue (immigrazione in primis) l’unica ricetta è il coordinamento dei 28 stati membri: e che si tratta di farlo prima che il vento del “nord-est” soffi troppo forte anche nei paesi del Sud (dove del resto è presente già in forme diverse, si veda la Spagna, cui si attendono gli esiti delle prossime elezioni).

Penso altresì che vi sia necessità soprattutto di un piano condiviso e coordinato di comunicazione strategica che sia finalmente capace di far capire il messaggio europeista raggiungendo tutte le fasce della popolazione, ogni giorno interessate direttamente ed indirettamente dalle politiche e dalle decisioni prese a livello europeo. La grande sfida di chi crede nel progetto europeo consisterà nel metterla al centro dei salotti televisivi, dei telegiornali, dei mezzi stampa, in modo che i cittadini possano avere gli strumenti necessari per giudicarne e valutarne benefici e oneri. Non sarà cosa facile.

Anche i partiti politici europeisti e i suoi leader politici facciano sentire la loro voce, prima che il progetto d’integrazione politica ed economica venga davvero messo i discussione dal poco credibile vento populista che grida “No all’Europa”, che attira i media e le televisioni con messaggi provocatori e teatrali, ma che non sembra avere alcuna soluzione ai complessi problemi socio-economici del Vecchio Continente. Oggi meno che mai.

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