Il travaglio di Travaglio per quel ventennio ormai alle spalle

Politica
Marco Travaglio al convegno "Partiti per le tangenti", Milano, 20 ottobre 2014. 
ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Il direttore del Fatto ha bisogno dell’antirenzismo come continuazione dell’antiberlusconismo

Era troppo bello per essere vero un Marco Travaglio ragionevole e quasi obiettivo nel riconoscere che “non tutto il discorso di Renzi al Meeting di Cl è da buttar via”. Un evento. Questo succedeva mercoledì. Nelle ore successive evidentemente il direttore del Fatto Quotidiano si deve essere reso conto di aver un po’ esagerato, sul Fatto non si inizia un articolo con un riconoscimento al presidente del Consiglio, che diamine, è l’abc: e quindi ieri ha costruito un giornale per tre quarti contro quest’ultimo. Ha corretto la sbandata, come si dice in Formula Uno, magari dopo un po’ di travaglio fra i suoi, oltre che nel suo animo.

Ieri comunque tutt’altra musica. Per tutt’altra orchestra: il suo editoriale, l’articolo di Padellaro e 8 foto di grandi padri antiberlusconiani in prima pagina, la pagina 2 con 6 firme di antiberlusconiani di ieri e di oggi, la pagina 3 con interviste più colte di 2 professori antiberlusconiani in servizio permanente, infine una lettera di Furio Colombo, un assolo a chiudere l’opera, a pagina 10. Una rapsodia gershwiniana. O meglio, uno sceneggiato in bianco e nero.
Recuperata dunque la bussola di sempre, Travaglio e Padellaro hanno scaricato su Matteo Renzi – qualunque cosa si pensi di lui e della sua azione di governo – tonnellate di colpe oggettivamente non sue.
Il titolo di Padellaro era: “Dov’era Matteo mentre il Paese veniva umiliato?”. Temiamo fosse a Firenze, scuole medie, poi superiori, fino all’università. No, il “ventennio” ha avuto tutt’altri protagonisti, com’è noto, qualcuno si aggira ancora, molti sono spariti, e resterebbe poco altro da dire se non che ritirare dalla naftalina lo spirito girotondino è apparsa operazione nostalgica, più una fantasmagoria della memoria che un razionale discorso politico, ché non vi sono più né il clima né le ragioni né i personaggi di quella stagione.

Ma a parte questo il punto è un altro. Si può benissimo contestare l’affermazione di Renzi secondo il quale l’età del berlusconismo (e in parte – così ha detto a Rimini – dell’antiberlusconismo) abbia sostanzialmente inchiodato l’Italia ai suoi ritardi storici e dunque reso impossibile qualunque possibilità di evolvere verso un sistema più moderno, più efficiente, più giusto, perché certamente non tutto di quel periodo è da buttare via. Non va certo ricordato a uno come Renzi che è politicamente figlio dell’Ulivo e dell’ingreso nell’euro. Né si vuole qui insistere qui su una cosa pure reale, e cioè che varie volte il segretario del Pd ha rimproverato ai “dirigenti di prima” di non aver fatto per esempio la legge sul conflitto d’interessi e che è lui che ha imposto un ricambio al vertice del centrosinistra. La questione vera è che bisognerebbe sintonizzarsi sull’idea che le coordinate di quel ventennio non esistono più.
Certo che Berlusconi Silvio c’è, certo che la destra c’è. Ma non sono più quelli che abbiamo visto, rampanti e vincenti, dopo il 1994, fino alla caduta. Non c’è più l’ossessione di Berlusconi, perché non c’è più la sua egemonia, la sua forza nella società ancor prima che nella politica. Tanto è vero che l’antiberlusconismo, cioè l’ideologia subalterna a Berlusconi, non esiste più, e infatti oggi Travaglio ha bisogno dell’antirenzismo come continuazione dell’antiberlusconismo con altri mezzi senza peraltro riuscire a suscitare nuovi girotondi. La Seconda Repubblica è finita.  

La lotta politica in Italia sarà sempre accesa ma inevitabilmente diversa. Per nulla più blanda. Ma meno ideologica. Più sulle cose. Sulla alternatività delle proposte. Uno governa e l’altro sta all’opposizione: senza però mettere in campo ipotesi distruttive del tessuto nazionale e democratico.
Soprattutto, senza l’angoscia del ventennio. Mica per galateo, ma perché, semplicemente, una lotta politica non avvelenata è il terreno peggiore per la destra. E’ sulle proposte e sugli orizzonti che la destra è più debole, non sulle nevrosi. Perché il fatto  che un certo antiberlusconismo nevrotico delle riviste e delle terrazze non sia mai stato un serio problema per l’ex Cavaliere è opinione assai realistica. A erodere il primato politico della destra berlusconiana sono stati ben altri fattori e ben altri soggetti, con immutato rispetto per le icone che Marco Travaglio invita a idolatrare in omaggio a una stagione che ormai è alle spalle.

Vedi anche

Altri articoli