Il successo delle Feste, antidoto al riflusso e ai populismi

Dal giornale
Il presidente del Consiglio e segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, partecipa alla festa regionale del PD a Villalunga di Casalgrande (Reggio Emilia), 13 agosto 2015.
ANSA/ELISABETTA BARACCHI

Le Feste dell’Unità sono state e sono il proscenio della politica dei democratici.

Per dirla in poesia, lo spazio festivo è quello in cui ciascuna persona che vi partecipi, che ne partecipi, mira ed è mirata. Edoardo Sanguineti concludeva così l’introduzione al volume «È la Festa», una vera e propria escursione nel paesaggio storico delle Feste dell’Unità dal dopoguerra agli anni Ottanta. Questa epigrafe mi è venuta in mente guardando, in questo agosto assolato, proprio le pagine dell’Unità che con caparbietà sta tornando ad avere un suo specifico ruolo nella politica e nella vita civile degli italiani. Pagine che narrano di persone e luoghi reali; che mostrano strette di mano e facce sorridenti di militanti che servono ai tavoli e le bianche cuffie che adornano le teste delle donne in cucina e l’immancabile foto, magari un selfie per i più giovani, con il segretario in visita o con il dirigente che non si dimentica di passare a salutare chi la festa rende possibile.

Feste che raccontano di dibattiti anche aspri tra posizioni spesso diverse ma dove le voci che si levano sono parti integranti di una grande organizzazione che ancora si sforza di vivere in mezzo al popolo. Solo chi non conosce la storia della sinistra, e della democrazia in Italia, può permettersi di alzare le spalle e rimanere insensibile di fronte al piccolo miracolo di aver visto le Feste reggere l’urto dei tempi duri e rifiorire nella loro reale valenza. Anche in questa stagione di hastag e social, le Feste dell’Unità (nel nome stanno le cose: così per fortuna siamo tornati a chiamarle) sono state e sono il proscenio della politica dei democratici. Più dei talkshow. Forse perché continuano a rappresentare nel loro complesso una delle più straordinarie campagne di massa, una forma di rapporto con i cittadini che ha retto proprio perché ha saputo rispondere al bisogno mai cancellato di socialità, di incontro e di partecipazione.

Vi è in ogni Festa insomma un collettivo che costruisce ed abita il villaggio e si dà le sue regole dove saltano, spesso, le stesse gerarchie tradizionali del partito e se ne formano altre, magari basate sul sapere e sulle competenze. Non è la riproposizione di un circolo del partito, anzi spesso desolatamente vuoto, e non è un perenne precongresso. Ma non è nemmeno una sagra, né un meeting, né una rievocazione di gloriosi tempi passati. Storia sì, semmai. E’ la Festa dell’Unità ed è proprio per come concretamente essa è – e per come antropologicamente si è costituitache assolve al compito di trasmettere a migliaia e migliaia di cittadini l’immagine di una forza capace di coordinare gli elementi di passione politica, di impegno personale, di spirito di dedizione. Insomma, un potente antidoto contro il riflusso e l’individualismo esasperato che emana da certi populismi gonfi solo di falsa retorica. Per quanto inutile tempo si è discusso, nella sinistra, della contrapposizione tra strumenti e metodi della partecipazione e dell’agire politico? Troppo. L’ultimo medium ci è apparso, di volta in volta, come l’agognata panacea finché non ci siamo accorti che questo non uccideva i media che lo avevano preceduto nell’evoluzione tecnologica ma semplicemente li ricollocava, assegnando loro ruoli e spazi nuovi, in un’alternanza di stagioni, o per dirla con Calvino, di velocità e lentezza, di leggerezza e pesantezza.

Come in un miracolo tutto questo, nelle Feste dell’Unità, si fonde: trillano i portatili mentre l’altoparlante annuncia che il “costoleccio” è pronto; si fotografa con l’iphone la tavolata di fronte mentre una fisarmonica ci invita ad un liscioi. Un’ultima rilevante novità di questa stagione delle Feste. Vi è in ognuna di esse il richiamo al nome e alle esigenze della Casa madre, l’Unità, tornata proprio all’inizio della stagione nelle edicole. Ci possiamo dividere in critici o entusiasti, possiamo pretendere che dia più spazio a tutte le voci, possiamo sfogliarla velocemente o leggerla ponendo attenzione alle pagine monografiche zeppe di dati, ci può piacere la grafica con pagine piene di foto o possiamo rimpiangere il grigio del piombo antico. Ma è l’Unità. Ed è nelle edicole. E in suo nome si rifanno le Feste. Almeno su questo saremo serenamente d’accordo.

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