Il sorridente tycoon e il comico cacciato

Strane coppie del No
bergrillo

Berlusconi fu per alcuni l’unica rivoluzione possibile. Grillo da un certo punto di vista, ha ripreso ed estremizzato fino al parossismo il modello berlusconiano

Silvio Berlusconi Il sorridente tycoon della Tv che inventò il partito-azienda

A desso si schermisce, rilascia interviste improntate a prudente riserbo, ostenta dignitoso distacco. Mentre i populisti di mezzo mondo fanno a gara per accreditarsi come i più naturali interlocutori di Donald Trump, ecco che lui, Silvio Berlusconi, da tutti indicato come precursore, frena. Precisa. Distingue. «Alcune analogie sono evidenti, anche se la mia storia di imprenditore è molto diversa da quella di Trump», dice al Corriere della sera. «Ha detto di aver studiato il modello di comunicazione e organizzazione politica che avevo messo in campo io, e la cosa mi fa naturalmente piacere, macon Trumpho poche cose in comune», dichiara a Rtl. Adesso fa così. Prende garbatamente le distanze dalla Casa Bianca. Invita a non confondere la sua storia con quella di Trump.

Ma chissà quante volte avrà già ripensato a tutte le polemiche sul conflitto d’interessi, sul fatto che un caso come il suo solo in Italia poteva capitare, che mica si scherza con separazione dei poteri, conflitti di interesse e blind trust, in America. Certo che ci avrà pensato, ora che Trump si dice intenzionato ad affidare il blind trust ai suoi figli. Certo che deve averci pensato, mentre nelle sue interviste i commenti sull’America si mescolano con le considerazioni sul referendum, mentre dichiara che bisogna votare No per evitare la svolta autoritaria e l’uomo solo al comando, mentre garantisce che dopo la vittoria del No si potrà fare finalmente una riforma condivisa. Lui, che aveva già condiviso questa, articolo per articolo, e a dire la verità anche la precedente, nella bicamerale presieduta da Massimo D’Alema.

E adesso entrambi, Berlusconi e D’Alema, ripetono che una riforma condivisa si può fare in sei mesi, purché il 4 dicembre vinca il No. Cioè nel 2017. Venti anni esatti dopo il loro primo tentativo. Ma è evidente che oggi, per Berlusconi, la battaglia decisiva non è quella sul futuro. È quella sul passato: in gioco non c’è più che cosa sarà il berlusconismo, ma come sarà giudicato quello che è stato. E così, se Matteo Salvini è ansioso di mettersi sulla scia di Trump, per Berlusconi il problema è esattamente l’opposto. E cioè se nei libri di storia ci finirà come il padre del bipolarismo e di una nuova destra liberale, o come il precursore di Beppe Grillo. Ecco perché l’abbraccio coni cinquestelle, in quel fronte del No a cui Forza Italia si è tardivamente accodata, è così problematico. Altro che Salvini. In gioco non c’è solo l’eredità del berlusconismo. C’è l’identità di Berlusconi. Per qualcuno il Cavaliere è stato a suo modo un figlio degli anni 60, della rivoluzione dei costumi e del desiderio di libertà individuale, prima ancora che un padre dell’e donismo spensierato degli anni 80. Dopo l’ebbrezza del ’68 e la durezza degli anni di piombo, il berlusconismo sarebbe stato insomma la sola rivoluzione possibile, o forse la rivoluzione che ci meritavamo.

Quella della tv commerciale e della società dello spettacolo. Si gridava che il personale è politico, ed è arrivato lui, con la personalizzazione della politica e la politicizzazione di ogni aspetto della sua vita, con il partito-azienda e le leggi ad personam. A guardare oggi l’infinita corrida che lo ha visto protagonista per un ventennio, si sarebbe tentati di dire che Berlusconi abbia vinto tutte le battaglie, ma abbia perso la guerra. I suoi avversari non sono riusciti a metterlo fuori gioco. Ma lui, nel grande gioco della politica, non è che abbia combinato molto. Per quale ragione abbia deciso di rompere il patto sulle riforme, dopo avere perso malamente la partita a scacchi con Renzi sul Quirinale, è un mistero che nessuna dietrologia potrà mai spiegare. Se anche fosse stato davvero Renzi a non rispettare i patti, a venir meno alla parola data, è difficile immaginare un Berlusconi così intimamente offeso dal voltafaccia, così moralmente indignato da una tale prova di irresponsabilità, da mandare a monte due anni dilavoro perricostruirsiun’i m m a g i n e, dopo la condanna definitiva e la decadenza da parlamentare, e un’intera riforma della Costituzione concordata pezzo per pezzo. E proprio quando l’obiet – tivo era a portata di mano: passare d’un balzo da onorevole decaduto a padre costituente. L’unico trofeo mancante. Per lui che è stato tutto: Sua Emittenza, il Cavaliere Nero, il Caimano. Mai, però, lo statista. E allora dev’essere davvero dicembre il mese più crudele, capace di generare illusioni da un partito morto e sepolto, mischiando memoria e desiderio, eccitando spenti capigruppo con una pioggerellinadi dichiarazionifuori stagione che certo non basterà a rianimarli. Nel centrodestra, dopo l’enne – simo sacrificio umano compiuto con Stefano Parisi, non crescono più né rami né radici. I gloriosi sondaggi di un tempo sono un mucchio d’immagini infrante in cui picchia lo scontento, nessuna coalizione dà riparo, né il successo di Grillo sollievo.

L’eterna discussione sul significato del berlusconismo, la lunga contesa tra apocalittici e interessati, si è di fatto già chiusa. E con il più inaspettato dei risultati: un modestissimo zeroazero. Non c’è stata la svolta autoritaria, ma nemmeno la rivoluzione liberale. Berlusconi non è finito in galera, ma non è nemmeno riuscito a evitare la condanna definitiva. La riforma della giustizia che avrebbe dovuto rimettere in riga i magistrati, invece, non l’ha vista nessuno. E del partito liberale di massa, ammesso che sia mai esistito, è rimasto ben poco di liberale, e ancor meno massa. Eppure Berlusconi è sempre lì, tanto che viene da chiedersi se la lunga lotta per liberarsi di lui non fosse una chimera, destinata a fallire sin dall’inizio, come il tentativo di liberarsi della propria ombra. Silvio Berlusconi, oggi, sta alla Seconda Repubblica come Giulio Andreotti stava alla Prima. Gli italiani potranno ripudiarlo, ma non guardarlo negli occhi. Davanti a tutti potranno atteggiarsi a nemici della «casta» e alfieri dell’onestà, ma non davanti a lui. Lui che sulla falsa coscienza dell’italiano medio si è costruito una mezza dozzina di carriere, un partito politico e quattro governi. E oggi, con quello sguardo che il tempo ha inesorabilmente addolcito, sembra dire: «Hypocrite électeur, mon semblable, mon frère».

Beppe Grillo Il comico cacciato dalla Tv che tolse il sorriso alla politica

Di tutti i numerosi paradossi della politica italiana, quello di Beppe Grillo è il più straziante: un comico che si butta in politica e come principale risultato ottiene la scomparsa dal dibattito pubblico di ogni senso dell’umorismo. Di ogni residua traccia di ironia. Perché la tragica verità è che Beppe Grillo la sua riforma istituzionale l’ha già realizzata, con l’attiva complicità o con il tacito assenso di tutti. Quella che ha trasformato la politica italiana in una via di mezzo tra un asilo d’infanzia e un torneo di wrestling, in un’inde – cifrabile mescolanza di violenza e finzione, aggressività e vittimismo, dispettucci e ripicche. In una sceneggiata diseducativa, insomma, al tempo stesso truce e infantile. I grandi movimenti di riscatto delle classi subalterne che hanno fatto la storia degli ultimi due secoli si proponevano di portare l’uomo della strada ai più alti livelli della politica e del governo; i populisti di oggi, al contrario, si propongono di trascinare politica e istituzioni al livello della s trada.

Da un certo punto di vista, Grillo ha ripreso ed estremizzato fino al parossismo il modello berlusconiano, al quale del resto anche il suo nuovo idolo americano, Donald Trump, ha dichiarato esplicitamente di essersi ispirato. Ma in Grillo, come del resto anche in Trump, il sorriso del venditore è diventato un ghigno, l’anticomunismo è diventato antipolitica, il No Tax Day è diventato Vaffa Day. Al di là delle pose da uomo della società civile estraneo al teatrino della politica, infatti, Berlusconi aveva nemici ben determinati, individuati lungo un crinale ideologico preciso: i comunisti. Cioè la sinistra democratica. Così come chiaro era il campo che voleva rappresentare: quello di un’Italia conservatrice, antistatalista e, va da sé, storicamente anticomunista. In quest’ottica ha giocato con toni e parole da guerra fredda, come del resto hanno fatto i suoi avversari con lui, e non ha esitato ad accogliere nel suo schieramento i peggiori estremisti. Ma è semplicemente inimmaginabile un Berlusconi che dal palco si prenda gioco dell’handicap di un giornalista, o che ripeta una soltanto delle affermazioni pronunciate da Trump contro ogni genere di minoranza in campagna elettorale. Grillo è immaginabilissimo.

Basta andarsi a rileggere le sue dichiarazioni e i post del suo blog sui clande stini. Resta un singolare parallelismo tra due spregiudicati imprenditori della politica, l’uomo della tv e l’uomo della rete, l’imprenditore che negli anni 80, grazie al legame con Bettino Craxi, diventava il dominus della televisione privata, e il comico che in quegli stessi anni dalla tv pubblica fu cacciato, e proprio per una barzalletta contro i socialisti (Durante un viaggio in Cina Martelli fa a Craxi: «Ma davvero qui ci sono un miliardo di socialisti?». «Sì». «Ma se sono tutti socialisti, a chi rubano?»). Anche Silvio Berlusconi, ovviamente, ha raccontato un sacco di balle (oltre che un sacco di barzellette, in genere assai meno spiritose). Ma non c’è bisogno di ricorrere all’irritante espressione di «post-verità» per capire che le campagne grilline sulle scie chimiche o contro i vaccini, la quantità di bufale messe in giro sui social network, anche senza arrivare alle più bizzarre teorie su rettiliani e chip sottopelle, rispetto alle promesse e alle balle di Berlusconi, non appartengono allo stesso campionato, né allo stesso campo da gioco, e non sono nemmeno lo stesso sport.

Esiliato dalla tv, Beppe Grillo è stato capace di ricostruirsi una seconda vita dal nulla, contando solo sulla sua capacità di attirare con i suoi spettacoli teatrali un pubblico vasto ed eterogeneo. L’incontro con Gianroberto Casaleggio, la sua azienda e le sue competenze tecnologiche sono stati certamente importanti, ma dal punto di vista politico-culturale, se ci si passa il termine, forse anche meno importanti di quel che si crede. È sul palco dei teatri di tutta Italia che la nota di fondo della sua comicità e del suo personaggio, il cittadino esasperato dai mille piccoli e grandi soprusi della vita quotidiana, è diventata a poco a poco la chiave di volta di un movimento politico: il movimento degli incazzati.

Qui è cresciuto quell’assurdo impasto di superstizioni e luoghi comuni che è l’ideologia grillina, al riparo di un palcoscenico che permette al tempo stesso di gridare le cose più terribili e di sfilarsi un attimo prima di doversene assumere la responsabilità. A pretendere coerenza logica e rigore intellettuale dal discorso di un comico, infatti, si rischia solo di passare per quelli che non hanno capito la battuta. Forse, al posto di neologismi come «post-verità», bisognerebbe ricorrere a parole più antiche del lessico politico come nichilismo e irrazionalismo. Certo è che l’irrazionalità del discorso grillino non ha nulla della meravigliosa creatività del surrealismo, dell’arte che contesta il realismo in nome di un’altra visione del mondo.

La sua è una contestazione banale, che si serve di tutte le parole d’or – dine di quegli stessi giornali che accusa di essere asserviti al potere, che ripete come verità rivelate tutti i peggiori luoghi comuni del retroscenismo politico e della cronaca giudiziaria. Tuona contro il complotto della stampa e delle banche, ma il cuore stesso della sua rivoluzione, la lotta contro la «casta», prima ancora di divenire un best seller è stato una campagna di stampa del Corriere della s e ra . E così, oggi, il comico che ha costruito un intero movimento sulla più integrale negazione di tutti i principi fondamentali della Costituzione – quella Costituzione scritta dai grandi partiti e dai grandi leader politici che hanno edificato la Repubblica –è diventato il vero capo del fronte del No al referendum, in nome della difesa della Costituzione e della democrazia dall’autoritarismo incombente. Lui che è a capo di un partito di cui detiene il marchio insieme con il suo commercialista e suo nipote, e dal quale può espellere chiunque voglia, come fa regolarmente. E ora, nel fronte del No, si ritrova accanto a quel Silvio Berlusconi che usava definire, col garbo che gli è consueto, lo «psico-nano». E che accanto a lui continua a sembrare, nonostante tutto, un gigante

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