Il sindacato torni a scommettere nel cambiamento

Cgil
La segretaria della Cgil Susanna Camusso conclude il comizio durante la manifestazione nazionale di Cgil, Cisl e Uil, a Pozzallo, in provincia di Ragusa, 1 maggio 2015.
ANSA/ MARCO COSTANTINO

La Cgil abbandoni il vittimismo da governo ostile e non pensi più alle tessere di partito e si concentri su un’autoriforma. Solo così può sfuggire all’anonimato

Indiscutibilmente la Cgil – e complessivamente l’universo dei corpi intermedi – deve ritrovare la sua missione originaria. Ce lo ricorda Rudy Francesco Calvo su Unità.tv e ce lo ricorda un quotidiano vissuto nelle aziende, tra i lavoratori, nelle camere del lavoro ed in mezzo alle persone che cercano un’occupazione.

Resta però da capire come la più importante sigla sindacale affronterà questa nuova e decisiva transizione, al netto dei numeri che saranno certificati alla fine dell’anno. E cioè se si chiuderà nel consueto vittimismo da governo ostile (alla ricerca dell’ennesimo capro espiatorio a cui addossare ogni colpa e di un pretesto per non cambiare) o se invece cercherà di intraprendere un autentico percorso rifondativo. Negli obiettivi, nei confini, negli uomini e nella capacità di rappresentanza.

È del tutto evidente come l’assenza di una chiara separazione dalla politica renda la stessa organizzazione un ibrido rispetto alle esigenze di una comunità e agli occhi dei lavoratori. Tra cui sono necessari i cosiddetti corpi intermedi ma in maniera diversa rispetto allo spaccato consociativo che rappresentano attualmente. E che anche nello specifico sindacale si traducono con l’istinto di conservare un sistema che non alteri gli equilibri che per anni hanno tenuto in piedi il rapporto “dare-avere” tra politica e sindacalismo.

Si ritorni ma davvero nelle aziende, dialogando con tutti e non solo con gli iscritti allineati. Si pratichi una formazione che non si limiti alla teorica enunciazione degli anni migliori caratterizzati dal riformismo di Di Vittorio, Lama e Trentin senza, poi, un’applicazione pratica nelle proposte non solo rivendicative. Si torni a precorrere i tempi in un momento dove tutto cambia in maniera irreversibile. Rinnovando una tradizione tipica di una certa Cgil, ma che necessita di personalità convinte e capaci di cogliere le opportunità del cambiamento.

Dunque occorre riscoprirsi, senza ostilità preconcette o partigianerie che intendano orientare un consenso, un qualcosa che alla fine si percepisce in modo evidente e scarsamente produttivo. Sfuggendo da una strategia (anche nei conflitti tutti interni) che miri a condizionare scelte che esulano dalla propria competenza, sottraendo spazio e ruolo ad una dignità sindacale che non può esaurirsi in una semplice manifestazione per addetti ai lavori. Perché poi c’è un dopo che è vita reale. Quella a cui un sindacato e un sindacato come la Cgil deve tornare a contribuire, ignorando per un istante le tessere di partito ma pensando, sempre di più, al proprio ruolo da rinnovare per evitare l’anonimato. Un lusso che nessuno può permettersi. In attesa di un’autoriforma che se non sarà esso stesso saranno altri a promuovere. Necessariamente.

(l’autore è RSA Cgil)

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