Quel Sì che può sparigliare la sinistra anti governo

Pd
Roberto Speranza (s) e Pierluigi Bersani alla Camera durante comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo.12 ottobre 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

È un fatto nuovo di cui solo dopo il 4 dicembre, insieme a mostre altre cose, sarà possibile cogliere l’impatto reale

Paolo Cirino Pomicino, vecchio lupo di mare della politica, dice spesso che i governi passano e i partiti restano. Tutti i leader della Dc in effetti hanno sempre avuto questa bussola: per Fanfani o Moro, per De Mita o Forlani l’importante era vincere il congresso, tanto per il governo c’erano sempre gli Andreotti o i Colombo… Questa visione sembra sia stata ben assimilata dalla sinistra del Pd, e non senza qualche fondamento, d’altronde.

Ma essa ha poco a che fare con quella sorta di imperturbabilità democristiana, un po’ cinica ma in fondo realista: discende piuttosto dalla mitizzazione del Partito con la p maiuscola di stretta discendenza comunista, che d’altra parte non aveva il problema del governo. Tutto torna, dunque, in forme aggiornate (ma poi nemmeno tanto): l’obiettivo della sinistra Pd è semplice semplice, far vincere il No e riprendersi il Partito. «Renzi può continuare a governare», dicono i bersaniani con nonchalance quasi si trattasse di un giocattolino con cui trastullarsi mentre la politica – anzi, la Politica – si fa altrove: nelle stanze del Partito, soprattutto.

Può anche darsi che ci sia qualcosa di psicologico, in questo desiderio di riprendersi il Nazareno – il Palazzo d’Inverno renziano – come quel prete di Balzac che viveva al solo scopo di prendersi l’appartamento del predecessore; ma quello che più importa, e preoccupa, è l’esplicita subordinazione del momento del governo rispetto a quello del partito. Nella qual cosa, evidentemente, c’è anche un po’ di ipocrisia: come si può immaginare così superficialmente il rapporto fra una nuova leadership “bersaniana” del Pd e Matteo Renzi ancora a palazzo Chigi?

Bisogna tenere infine conto – ma qui si vuole solo abbozza una prima riflessione – della novità del Sì di Gianni Cuperlo al referendum, un Sì sofferto e tutto politico – cioè non frutto di una condivisione nel merito – che di fatto crea un nuovo spazio all’interno del Pd sottraendo forze alla sinistra di Bersani e Speranza e che virtualmente si candida ad essere u n’alternativa in qualche modo “nel” renzismo e non “al” renzismo. Cuperlo in teoria può diventare il capo di una sinistra interna che non demonizza l’attuale leader e che, vincendo il Sì, potrebbe assumersi l’onore e l’onere di ricostruire quella «connessione sentimentale» con un pezzo di elettorato critico ma pur sempre legato all’idea del Pd come partito a vocazione maggioritaria. È un fatto nuovo di cui solo dopo il 4 dicembre, insieme a mostre altre cose, sarà possibile cogliere l’impatto reale.

 

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