Il senso della Direzione. Tregua interna, se ne riparla al congresso (dopo il referendum)

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Da Renzi appello all’orgoglio per le cose fatte e lancio della super-mobilitazione di 5 mesi

Un passaggio più importante di quello che molti pronosticavano alla vigilia, la Direzione del Pd di oggi.

Perché dietro il lungo discorso di Matteo Renzi, tutto volto a suscitare l’orgoglio per quello che il suo partito ha fatto, in Europa e in Italia – con tanto di date alla mano che certificano i risultati (ancorché parziali) sulla flessibilità e sull’immigrazione, sulle idee di governo (“Ho parlato 45 minuti di scuola e cultura ma i titoli sono sul congresso…”, si è lamentato Renzi nella replica – ci sono messaggi-chiave che vanno sottolineati.

Primo, la famosa “moratoria” sulle polemiche interne, evocata da Renzi ieri a Milano, è stata in pratica la proposta essenziale della relazione. Di una Direzione (relativamente) più unitaria c’erano i segni: ma c’è soprattutto la logica a spiegare questo esito.

Dinanzi a un quadro politico che si è rimesso in movimento proprio alla vigilia di un duplice appuntamento elettorale – le amministrative e soprattutto il referendum -, in presenza dell’emergere di una “questione morale” che tocca il Pd, di fronte a un crescente disorientamento dell’elettorato (anche di una porzione di quello Pd), non pare davvero il caso di approfondire le divisioni. Ragionamento banale, ma questo è.

Renzi sa benissimo che le differenze politiche interne restano. Gianni Cuperlo, che ha fatto sua la parola d’ordine della moratoria, le ha elegantemente riproposte polemizzando con la Boschi per l’accostamento dei sostenitori del No a CasaPound e mettendo l’accento sulle amministrative più che sul referendum – mentre il segretario la pensa all’opposto.

Per la prima volta la Boschi è salita alla tribuna della Direzione  per spiegare che non di accostamento politico si è trattato ma di una semplice constatazione (“Chi vota No vota come CasaPound”) e anzi ha polemizzato a sua volta con Cuperlo: “Caro Gianni, ti sei fermato al titolo del ‘Fatto’…”. E ancora: “Ma ci sarà una Direzione, almeno una, in cui non attaccate questo gruppo dirigente? I nostri sono stanchi di questi attacchi”.

Ma a parte questo battibecco l’idea della “moratoria” è passata. Se non altro perché davanti al Pd c’è una mobilitazione di 5 mesi – con i “banchini” – con tanto di raccolta delle firme per il referendum, firme inutili formalmente perché la consultazione è di fatto già indetta ma significative per costruire la mobilitazione e la formazione dei Comitati per il Sì (“che non preludono a niente”, ha spiegato Renzi per rintuzzare sul nascere l’accusa di volerne fare il laboratorio del Partito della Nazione).

L’accordo è che la mega-discussione sul partito, sulla linea, sul doppio incarico e quant’altro è sospesa ma già fissata a subito dopo il referendum. Renzi ha proposto infatti di anticipare il congresso di diversi mesi a quanto previsto. Congresso come? “Il percorso lo decideremo insieme”, ha detto il segretario alla minoranza: potranno essere primarie e basta, potrà essere un congresso  a tesi” (modalità antica non esattamente renziana maè stato egli stesso ad accennarvi).

Un azzardo? Probabilmente no, perché nella testa di Renzi questo congresso si terrà dopo la vittoria dei Sì, che, di riffa o di raffa, sarebbe una sua vittoria personale, malgrado tutti i tentativi, compreso il suo, di spostare il focus sul merito della riforma costituzionale più che sulla persona del premier.

Dunque, oggi c’è stata una novità: finora era stata la minoranza, in alcuni momenti, a chiedere il congresso anticipato, ora è lo stesso Renzi a farlo. Un ramoscello d’ulivo. O forse, piuttosto, la sfida finale.

 

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