Il senso del rientro di Vasco Errani

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Vasco Errani durante l'assemblea della Sinistra Riformista Pd, Roma, 23 giugno 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Quella dell’ex presidente della Regione Emilia-Romagna è la figura forse politicamente più interessante nel variegato mosaico che compone la minoranza del Pd

Dopo un calvario giudiziario di quattro anni, che si è concluso con la piena assoluzione ma che ha costretto i cittadini dell’Emilia-Romagna a rinunciare al loro governatore e ad eleggerne un altro, Vasco Errani è oggi – grazie anche alla lunga, forzata assenza dalla scena – la figura forse politicamente più interessante nel variegato mosaico che compone la minoranza del Pd. Dipinto dai giornali come il naturale “pontiere” fra Renzi e Bersani, ieri Errani ha rilasciato una doppia intervista al Corriere e a Repubblica che introduce una novità nel consunto quanto rissoso dibattito interno al maggior partito italiano.

la novità, non troppo paradossalmente, sta in ciò che manca più ancora che nelle parole pronunciate dall’ex governatore, le quali insistono ripetutamente sul «confronto», il «dialogo», l’«apertura», il «rispetto». Manca invece – e questa è la novità politica – ogni attacco diretto a Renzi, come presidente del Consiglio e soprattutto come segretario del partito: «Renzi è segretario, riconosco il ruolo». Il che implica – e anche questo è un silenzio significativo – che non se ne chiedono le dimissioni e non si pone come qualificante la battaglia contro il “doppio incarico” di premier e segretario.

Nel merito, Errani disegna un programma «riformista» (questa la sua definizione) da mettere in campo per «intercettare la questione sociale», dettagliato al punto da far sorgere nell’intervistatore il dubbio di una candidatura al congresso. Resta il nodo dell’Italicum, che va affrontato «con ragionamenti politici, non come concessione e scambio». Prima del referendum, ammette Errani, non si può far nulla di concreto, ma «si possono prendere impegni» sulla modifica della legge elettorale. Non è un caso se la sortita di Errani arriva all’indomani di un’intervista in cui Gianni Cuperlo, leader di un’altra componente della minoranza, ipotizzava la candidatura di Bianca Berlinguer al prossimo congresso. Le parole di Cuperlo sono suonate come un indiretto siluramento di Roberto Speranza, al punto che Nico Stumpo, fedelissimo dell’ex capogruppo, ha accusato Cuperlo di «puro posizionamento», mentre Davide Zoggia s’è affrettato a ribadire che «il candidato naturale è Roberto Speranza».

Cuperlo denuncia un punto-chiave: la mancanza di un leader della minoranza capace prima di tutto di unificarla, e poi di sfidare Renzi non soltanto fra gli apparati, ma anche in un’opinione pubblica più ampia («Al prossimo congresso non voglio partecipare, voglio vincere»). Curiosamente, è proprio l’eccesso di leaderismo – la stanca solfa dell’“uomo solo al comando” – a venir rimproverato a Renzi dai dirigenti della minoranza, e spesso dallo stesso Cuperlo. Ad ogni modo, il problema esiste: al punto che la Stampa ha pubblicato ieri un elenco di possibili “papi stranieri” che, se non è il frutto della fantasia del cronista, fa riflettere sullo stato delle cose a sinistra di Renzi: a parte Giuliano Pisapia, che per lo meno è stato sindaco di Milano, la lista comprende Michele Santoro, Roberto Saviano, Lucia Annunziata, Massimo Giannini…

Dalla critica al personalismo del leader alla scelta di un leader alternativo fra i personaggi dello spettacolo la strada è davvero molto lunga: non verrà percorsa, ma segnala un’impasse reale di fronte alla debolezza di Speranza. È in questo scenario che si colloca l’intervento di Errani, tutto improntato al dialogo e, soprattutto, politicamente fertile perché evita di contrapporre la linea della maggioranza a quella della minoranza ma, al contrario, le presenta come complementari. Che poi questa posizione apra la strada a una candidatura («La leadership di quest’area per il congresso costruiamola insieme, partendo da un impianto politico che unisce»), a un ministero («Sono pronto a dare il mio contributo») o magari, dopo il referendum, alla vicesegreteria del partito, è tutto sommato secondario. Come direbbe Errani, «per me la politica viene prima di tutto».

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