Il segreto della gentilezza

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Per quale motivo non siamo in grado di vedere quello che ci tiene uniti e ci focalizziamo solo sulle divergenze?

In questi giorni frenetici caratterizzati dall’assordante rumore delle polemiche, ho letto alcune parole dotate di un’incredibile capacità di indurre alla riflessione. A scriverle è stato il marito di Jo Cox, la deputata laburista uccisa per le sue idee poco prima del referendum sulla Brexit. Brendan Cox nel ricordare la moglie, spera che il suo Paese possa trarre un insegnamento dal tragico evento della sua morte, ovvero che coloro che nelle comunità cercano di dividere, si trovino di fronte al muro della tolleranza e di quello che Jo credeva con ferma convinzione, ovvero che «noi abbiamo molto più in comune di ciò che ci divide».

Per quale motivo non siamo in grado di vedere quello che ci tiene uniti e ci focalizziamo solo sulle divergenze? Perché è così difficile il dialogo? Eppure basterebbe poco, a volte un po’ di gentilezza. A questo proposito Barack Obama in occasione del giorno del Ringraziamento in un post su Facebook riflette sul senso di quella ricorrenza, l’ultima trascorsa alla Casa Bianca, e scrive che si dovrebbero ringraziare i propri figli, i propri cari e che ciò che lo colpisce delle sue figlie è che le ha viste crescere mantenendo sempre la gentilezza alla base del rispetto con cui trattano tutti a prescindere dalle differenze. Il Presidente uscente ritiene che questo tipo di comportamento rappresenti una granitica convinzione che deriva dall’innato ottimismo sulla strada da percorrere, concludendo che l’America sarà sempre plasmata da coloro che si sforzano di essere gentili, generosi e che non hanno paura del futuro.

Affermazioni queste dotate di una forza straordinaria ma cosa vuol dire oggi essere gentili? In un articolo di Hilal Isler pubblicato su Medium.com dal titolo «Some Ideas About Kindness», l’autrice riflette sul fatto che nessuno o quasi metterebbe questo atteggiamento in cima alla lista dei desideri. Quando si tende la mano a chi ha una provenienza diversa o pareri differenti dai nostri, si viene ritenuti infantili o idealisti, al contrario nella società odierna così lacerata si dovrebbero proprio riconciliare le parti. Hilal Isler scrive che la «parola, conciliare sembra derivare dal Latino concillare, che significa “mettere insieme”. Fissa “ri”davanti e ottieni “rimettere insieme”.

Ecco. È questo che dobbiamo fare. Abbiamo bisogno di tornare assieme, ancora (..) tutte le volte necessarie, immergendoci nella profondità dei nostri pozzi di gentilezza, bontà e benevolenza». Concordo e mai come in questo periodo, dovremmo avvertire l’esigenza di riallacciare i fili, di costruire ponti, di cercare punti di contatto. Come? Mostrando una predisposizione verso l’apertura con un gesto semplice e spontaneo: con un sorriso. Non mi riferisco al sorriso di circostanza da mostrare in pubblico, a quello forzato, cinico, sarcastico, penso a quello che nasce istintivamente soffermandosi su un paesaggio o cedendo il posto a una persona anziana, o guardando un bambino che gioca o vedendo un amico che non la pensa come noi su qualcosa ma a cui non smettiamo di voler bene.

Il sorriso equivale a una mano tesa, è uno strumento potentissimo per creare empatia, per superare le distanze, per scardinare quella inutile strategia difensiva che spesso viene frapposta agli altri per paure immotivate. Anche Lenny, il Papa giovane che ci ha spiazzato nel capolavoro di Paolo Sorrentino nel parlare a una piazza San Marco gremita all’inverosimile, dice che Dio sorride e invita a sorridere. Lo fa anche per riconciliarsi alle persone a lui più care, i suoi genitori, quelle stesse persone che alla fine non saranno abbastanza forti da sorridere di riflesso, determinando nei suoi confronti una chiusura definitiva.

Già, perché la resistenza al sorriso è uno sforzo inutile, rimanere intrappolati dietro le proprie barriere non giova a nessuno. Per fortuna invece, io di sorrisi ne sto vedendo tanti. In Italia stiamo vivendo una campagna referendaria che ci vede talvolta su posizioni differenti con il nostro interlocutore ma io sto riscoprendo proprio la forza silenziosa e potente del sorriso e non sono il solo.

Ieri a Napoli, durante un’iniziativa sul referendum, con me c’erano dei sindaci bravissimi e riflettevo sul modo in cui guidano le rispettive comunità. Ogni giorno devono affrontare questioni urgenti, ipotizzare soluzioni a problemi, prendere delle decisioni ma cercano di farlo con la ragione, con il rispetto, con la gentilezza. Ci sarà sempre chi non sarà d’accordo con noi ma dobbiamo tendere la mano, ascoltare, confrontarci e capire che la strada da fare è comune, allora perché non dovremmo sorridere ai nostri compagni di viaggio?

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