Il ‘saloncino’ e la Appendino

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Sergio Chiamparino Pres. Regione Piemonte e Chiara Appendino Sindaca di Torino durante la conferenza stampa al termine dell'assemblea con i soci fondatori della Fondazione del Libro, Torino, 14 Luglio 2016 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Il disastro è compiuto e Torino si sveglia senza il suo Salone del Libro o meglio senza quella formula che per anni ha fatto dialogare assieme la grande editoria italiana assieme alla medio-piccola editoria di qualità avvicinando molte migliaia di persone

Il disastro è compiuto e Torino si sveglia senza il suo Salone del Libro o meglio senza quella formula che per anni ha fatto dialogare assieme la grande editoria italiana assieme alla medio-piccola editoria di qualità avvicinando molte migliaia di persone, in particolari i giovani a quell’ambito fragile e decisivo per la crescita di tutti noi che è la lettura.

Fragile è stata la risposta politica della Giunta a guida del neo­sindaco Movimento 5 Stelle Appendino interessata a sottolineare gli errori del passato, rilevare le criticità senza mettere in campo una reale controproposta.

“Il Salone del libro 2017 si farà” dice e ora prova a correre ai ripari quando èvormai troppo tardi coinvolgendo il Ministero dei beni culturali, cioè Franceschini, la Regione Piemonte, cioè Chiamparino, e l’ex Ministro del Governo Letta Massimo Bray insomma tutte le sfaccettature di quel Partito Democratico che quando senti i militanti M5s dovrebbe essere il male assoluto ma che è in realtà l’unico Partito affidabile e in grado di governare una fase così delicata dove si rischia di rovinare in poche settimane il trentennale lavoro che ha imposto tra i pochi esempi italiani il Salone di Torino alla ribalta internazionale. Persone serie e rispettose che conoscono bene gli investimenti economici e politici fatti per portare il Lingotto al consolidato prestigio raggiunto.

“Il Salone del libro 2017 si farà”: bella forza, non è mica una questione di brand! Milano ha già dimostrato ad esempio con Book City di essere in grado di creare contenitori non antitetici al Salone del Libro e senza alcun tipo di conflittualità, e non è certo una fiera in più a creare problemi, lo dice bene lo scrittore piemontese Tiziano Fratus abituato a ragionare sull’evoluzione della natura: “Nulla rimane invariato, ogni forma di esistenza muta, cambia, si evolve. Nuove occasioni per gli autori, per gli editori, per i lettori”.

Il problema è in quello che ha simbolicamente rappresentato il Salone e che ora non potrà più essere, un luogo di avvicinamento alla lettura e alla cultura, non per una élite ma per un grande numero di italiani, popolazione che legge poco e sempre meno, ma che magicamente in quella settimana scaldava il cuore stesso dell’editoria, rendeva più umani i grandi editori e sosteneva con le unghie e con i denti la piccola editoria di qualità.

Oggi tutte quelle persone hanno purtroppo un motivo in meno per arrivare a Torino perché si scelgono vie diverse, si decide di costruire solo per alcuni l’alta velocità invece di condividere assieme la stessa strada. E’ una scelta appunto, un modo differente di concepire la politica culturale, eppure inevitabilmente qualcosa stride: la sensazione di una partita persa giocando male o la malinconia per quello che fino a questa primavera è stato questo luogo non più fabbrica e non soltanto multisala e centro commerciale ma nodo, crocevia, transito, settimana necessaria per la nostra editoria, per la lettura e per quel complicato affastellarsi di generazioni tutte in fila per ascoltare gli scrittori, tutte pronte a comperare libri (e a leggerli), tutte spinte dallo stesso amore per quell’oggetto così strano, così dirompente, che ci siamo lasciati scappare in pochi giorni quasi come fosse nulla.

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