Il ruolo dell’Italia nei Balcani fra interessi locali e sogno europeo

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epa05525836 Kosovo supporters cheer for their team as they arrive at the Veritas stadium in Turku, Finland, 05 September 2016, for the FIFA World Cup 2018 qualifying soccer match between Finland and Kosovo. Kosovo are set to play their first FIFA World Cup qualifier in Turku.  EPA/MARKKU OJALA FINLAND OUT

La miopia di alcuni leader locali e lo scontro fra gli interessi di diversi attori internazionali stanno nuovamente mettendo a dura prova i fragili equilibri raggiunti alla fine degli anni ’90

L’Italia riveste da sempre un ruolo fondamentale negli equilibri del Mediterraneo e in quelli di tutta l’area balcanica. Non deve quindi sorprendere il fatto che i governi italiani succedutisi negli ultimi anni abbiano cercato, con alterne fortune, di difendere i propri interessi quando le altre potenze regionali (Germania su tutte) o internazionali (Stati Uniti e URSS/Russia) si davano da fare per ampliare le loro sfere di influenza in quelle aree.

Recentemente, però, tale sforzo è sembrato produrre sempre meno frutti, come dimostrano i drammatici eventi della Libia e della Siria, scenari in cui Roma non solo non è riuscita a dire la sua, ma è stata anche coinvolta in operazioni complesse o contrarie ai suoi obiettivi (si pensi al rovesciamento di Gheddafi). Palazzo Chigi, infatti, è stata prevalentemente costretta ad assecondare i propri alleati, molto solerti a chiederle contribuiti e meno a consultarla, potendo difendere i propri interessi solamente in situazioni limite, come quella della diga di Mosul (controllata dai nostri soldati) o della Libia.

Il tutto, inoltre, è avvenuto senza che i nostri partner si dimostrassero altrettanto disponibili ad assecondare le nostre esigenze, tra le quali spicca chiaramente la risoluzione del conflitto libico e il controllo dell’immigrazione clandestina proveniente da quell’area.

Alla luce di quanto sopra, non stupisce che la forte instabilità del Nord Africa e del Medio Oriente rappresenti il principale oggetto del dibattito nazionale sulla politica estera, nonché il focus dell’attenzione dei commentatori specializzati. Tuttavia, questo non può portare a dimenticare, come invece sta accadendo, il secondo teatro in cui il nostro Paese deve continuare a giocare una partita importante: l’area dell’ex Jugoslavia.

Sebbene ricevano meno attenzione di quella che meriterebbero, infatti, le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate sono impegnati a garantire un futuro pacifico e basato sul rispetto delle diversità, fra l’altro, in particolare nell’ex Provincia autonoma del Kosovo, proclamatasi indipendente dalla Serbia nel 2008 e ancora adesso estremamente instabile. Non si tratta di uno sforzo di minore importanza, poiché si può ragionevolmente affermare che la quasi totale cessazione degli atti di violenza ai danni delle comunità serbo-ortodosse residenti nei territori amministrati da Priština sia da ricondurre all’ottimo lavoro delle nostre truppe.

Tale attivismo, però, non può bastare se non è accompagnato da un maggiore coinvolgimento politico, che deve essere portato avanti anche a costo di discussioni con i nostri partner storici. La miopia di alcuni leader locali (interessati maggiormente al loro potere personale che ai propri connazionali) e lo scontro fra gli interessi di diversi attori internazionali stanno nuovamente mettendo a dura prova i fragili equilibri raggiunti alla fine degli anni ’90.

Chiaramente, questo genere di problemi non sono evidenti solo in Kosovo, ma anche in Bosnia, in cui i serbo ortodossi e i croati cattolici si contrappongono alla maggioranza bosniaco-musulmana, e in Montenegro, sempre più diviso fra lo schieramento favorevole al Premier uscente Milo Đukanović (al potere dal 1991) e un’opposizione politica che chiede legalità e la fine della corruzione endemica.

Come in altre parti del mondo, infatti, anche nei Balcani si assiste alla recrudescenza del confronto fra Stati Uniti e Russia, reso sempre più evidente dal continuo scambio di accuse, dalla pressione per ottenere il supporto degli europei e dai contrasti – ormai costanti – su qualunque tema di politica estera. Se Washington, dal canto suo, cerca di rafforzarsi ulteriormente grazie all’appoggio dei suoi alleati (croati, albanesi, kosovari, montenegrini e, in parte, bosniaci), Mosca può contare sui serbi di Bosnia, da sempre insoddisfatti dell’ordine costituito a Dayton 21 anni fa, e su Belgrado, che però non può essere considerata un partner affidabile in quanto ancora in via di verifica la sussistenza dei requisiti per diventare membro della UE.

L’Unione Europea sta incontrando particolari difficoltà ad ergersi ad esempio per gli Stati dell’area, poiché risulta indebolita dai contrasti fra gli Stati dell’est e quelli occidentali, dalla diffusa convinzione che i candidati non diventeranno mai membri effettivi, nonché dai diversi interessi nazionali (tedeschi e croati su tutti) che irrimediabilmente emergono ogni qualvolta si affronta il tema balcanico.

Questa generale debolezza, inoltre, ha permesso sin dalla fine della Jugoslavia a diverse realtà islamiche, Turchia e Arabia in primis, di aumentare notevolmente la propria influenza, nonché a diversi gruppi estremisti (spesso di ispirazione wahabita o salafita) di guadagnare sempre più fedeli.

Sebbene si tratti di un tema complesso da affrontare, soprattutto perché si corre sovente il rischio di venir accusati di islamofobia, non bisogna assolutamente sottovalutare l’impatto che stanno avendo e avranno in futuro questi gruppi di credenti portatori di una visione radicale della religione.

Non è una novità, infatti, che diverse centinaia di foreign fighters balcanici (nel numero di settecento, secondo il Ministro della Difesa serbo), soprattutto ex-jugoslavi, siano partiti alla volta della Siria e dell’Iraq e potrebbero presto far ritorno a casa. Oltre a ciò, non va neanche dimenticato che negli ultimi mesi i rapporti fra diversi Paesi dell’area si sono nuovamente deteriorati, un fattore che spesso viene sottovalutato in Europa a causa dell’abitudine a semplificare i rapporti regionali utilizzando divisioni manichee fra “buoni” e “cattivi” (solitamente i serbi).

Questa consuetudine ha provocato risultati deleteri sulla capacità di analisi dei fenomeni locali, in quanto ha finito per imporre un paradigma interpretativo a cui molti analisti e commentatori si sono dovuti forzatamente attenere. Alla luce di ciò, emerge chiaramente come il Nostro Paese sia chiamato ad una scelta: accettare che le cose continuino a procedere su questi binari e sostanzialmente confermare la propria predilezione per la difesa degli interessi economici a scapito di quelli politico-strategici (che finiscono però per riflettersi sui primi), oppure ricominciare ad alzare la voce e inserire nelle agende comunitarie e/o euro atlantiche il bisogno di un netto cambio di rotta.

La seconda opzione è più difficile da attuare ed è più costosa in termini di sforzo politico, ma probabilmente rappresenta anche una delle ultime possibilità per evitare che le fratture già esistenti e la miopia di alcuni giocatori in campo producano una situazione non più sopportabile e destinata a condurre verso scenari difficilmente prevedibili e auspicabili. Per farlo, l’Italia deve farsi promotrice di una riflessione sull’opportunità di un allargamento ad est della NATO, sul futuro dei confini tracciati da Dayton, che sembrano incontrare, ora più che mai, l’ostilità della maggioranza degli attori in gioco, e sulla possibilità di imboccare con decisione la strada di una UE a due velocità.

Permettere a chi crede veramente nell’Europa di proseguire il cammino verso una Federazione, infatti, potrebbe essere l’unica chance per evitare che Bruxelles continui a restare ostaggio degli egoismi nazionali di alcuni attori chiave e della crescente ostilità degli ex Stati del Patto di Varsavia, interessati a ricevere i preziosi contributi comunitari, ma non ad assumersi le responsabilità che derivano dal far parte di un’unica grande famiglia.

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