Il ritorno della Russia

Mondo
epa04957358 Russian President Vladimir Putin holds a meeting with government members at Novo-Ogaryovo residence outside Moscow, Russia, 30 September 2015. Russia has begun conducting airstrikes against the Islamic State militant group in Syria, Russia's Defence Ministry confirmed, according to the Interfax news agency.  EPA/ALEXEY NIKOLSKY / RIA NOVOSTI / KREMLIN POOL MANDATORY CREDIT  ALTERNATIVE CROP OF epa04957290

Mosca evoca Hitler per chiamare ad una coalizione internazionale anti-Isis. Le convergenze sono possibili e aprirebbero
ad una nuova stagione dei rapporti con la Russia

La Russia rappresenta un tema troppo serio per essere lasciato nelle mani dei “putinisti” italiani. Ovvero di quella carovana estremista – guidata da Salvini, Berlusconi e Meloni – che si propone di portare l’Italia a destra, consegnando a Putin le chiavi del nostro ruolo in Europa e nel mondo. Ma quello nostrano è un putinismo solo strumentale, dietro il quale riaffiorano chiaramente alcuni degli argomenti tradizionali dell’estrema destra italiana: l’ostilità verso l’Europa e l’integrazione comunitaria, il criterio della purezza etnica e culturale come bussola della politica, l’antiamericanismo di chi non ha mai digerito le ragioni della società aperta. Con il paradosso che proprio coloro che si descrivono come i più intransigenti difensori dell’Occidente hanno eletto a paladino un leader che ha costruito sull’ostilità anti-occidentale la propria immagine nel mondo.

Eppure, ben al di là del folklore putinista della nostra destra radicale, è indispensabile riflettere sul tema della Russia. E in particolare sulla possibilità che la minaccia rappresentata dal terrorismo islamista rappresenti l’occasione per riportare Mosca nella comunità internazionale, superando la storica diffidenza che la Russia ha mostrato verso l’impegno multilaterale. Se c’è una costante nella politica estera russa (in versione pre-sovietica, sovietica e post-sovietica), questa è infatti rappresentata dal senso di accerchiamento e insieme di insicurezza che ha orientato gran parte dell’azione internazionale di Mosca nel corso dell’ultimo secolo. È accaduto con la guerra fredda, quando la dottrina della “sovranità limitata” esprimeva in forma particolarmente aggressiva il rifiuto dell’Unione Sovietica a condividere la responsabilità di gestire i fronti di crisi insieme agli Stati Uniti. E accade nuovamente con Putin. O meglio con l’ultima versione della leadership di Putin: quella che da qualche anno vede il leader russo impegnato a restituire alla Russia lo status di potenza mondiale e non più regionale, recuperando il peso internazionale perduto dopo il crollo dell’Urss. D’altra parte è lo stesso Putin ad avere più volte definito la fine dell’Unione sovietica come “la più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo secolo”. E non tanto per nostalgia del comunismo ma quanto per l’obiettivo di restituire a Mosca quella funzione di arbitro mondiale che aveva svolto nella seconda metà del Novecento.

Il punto particolarmente problematico per la comunità internazionale è che questo obiettivo geopolitico, di per sé legittimo se visto con gli occhi di Mosca, viene declinato da Putin in termini insieme difensivi e revisionistici. Termini difensivi, perché la leadership russa mostra una costante e profonda diffidenza verso i tavoli multilaterali di risoluzione dei conflitti e perché l’ideologia con cui Putin ha scelto di verniciare la riscossa della Russia è quella del cosiddetto “euroasiatismo” antioccidentale: una visione secondo la quale Mosca sarebbe la capitale di quella parte del pianeta inevitabilmente ostile sia agli Stati Uniti che all’Europa comunitaria, dalla cui influenza politica e culturale considera indispensabile difendersi. Nascono da qui, ad esempio, le leggi con cui Putin ha limitato e spesso represso l’attività in terra russa di associazioni e organizzazioni non governative occidentali, giudicate come elementi ostili da contrastare attivamente. Termini revisionistici degli equilibri internazionali, perché Putin mostra di considerare del tutto secondaria la necessità di conservare i confini degli Stati che dovrebbero rientrare nella sfera di influenza russa e non esclude la possibilità di minacciarne l’integrità territoriale e l’ordine interno. È quanto accaduto con la secessione della Crimea e con il supporto di Mosca alle azioni di guerriglia filorussa in Ucraina, in una riedizione in chiave etnica della strategia di ingerenza negli equilibri interni di Stati sovrani che aveva già caratterizzato la politica di potenza sovietica. Nelle parole di Putin: “Dove ci sono russi, là è la Russia”.

Nuove minacce

Eppure la realtà può essere più forte delle ideologie, anche in questo caso. E la minaccia del terrorismo islamista, rivolta contro tutta la comunità internazionale, rappresenta l’occasione per riportare la Russia di Putin a quei tavoli da cui ha mostrato di volersi allontanare. D’altra parte, guardando ancora una volta alla storia del Novecento, fu proprio la minaccia hitleriana a condurre la Russia di Stalin ad allearsi con quelli che considerava i propri nemici irriducibili. E proprio la fine dell’alleanza antifascista, nel secondo dopoguerra, restituì lo stalinismo all’isolamento imperiale e consegnò il mondo alla lunga stagione della guerra fredda. In questo senso va accolta molto positivamente l’evocazione, venuta dalla politica russa in questi giorni, della necessità di un fronte internazionale sul modello di quello costruito nel 1941 contro Hitler.

La Grande Guerra Patriottica

L’enorme peso simbolico che per tutta la società russa conserva ancora oggi la “Grande Guerra Patriottica” (come in russo si ricorda la Seconda Guerra Mondiale) può essere il veicolo anche ideologico per volgere il nazionalismo putiniano in chiave di alleanza con l’Occidente. E particolarmente saggia è stata l’azione diplomatica della Francia e dell’Europa in risposta all’orrore di Parigi, quando si è scelto di accantonare la Nato come strumento istituzionale privilegiando invece la solidarietà anche militare prevista dai trattati dell’Unione europea. La Nato, difatti, conserva agli occhi di Mosca un alone di diffidenza che può solo complicare la costruzione di un’alleanza anti-Daesh. Anche perché in questi ultimi anni la Nato sembra aver appaltato il timone dei rapporti con Mosca, con scarsa lungimiranza, ai paesi dell’Europa orientale e alla tenace persistenza del loro bisogno di essere protetti dall’ombra spesso aggressiva della Russia. Se a convergere saranno le ragioni di un Occidente che ha bisogno di Mosca per contrastare la minaccia terroristica e quelle di una Russia disposta ad accettare finalmente un grado di coinvolgimento multilaterale molto più elevato, tra qualche tempo potremo guardare ad una stagione del tutto nuova nei rapporti tra Mosca e il resto del mondo. E Salvini, Berlusconi e Meloni avranno perso il paladino della loro battaglia contro l’Europa e l’Occidente.

Vedi anche

Altri articoli