Il rinvio a giudizio? Non diventi un titolo onorifico per i sindaci

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Va stigmatizzato ogni malcelato tentativo di rendere un rinvio a giudizio come un attestato di benemerenza o peggio un premio alla carriera

A Portici negli scorsi giorni il primo cittadino, Nicola Marrone, a capo di una coalizione civica con decisivi supporti della destra, e alla cui opposizione rimane il centrosinistra compatto, è stato raggiunto da una imputazione coatta (il gip ordina al pm di chiedere il rinvio a giudizio che formalmente arriverà tra qualche settimana) per abuso d’ufficio su nomine afferenti il Nucleo di valutazione dell’ente comunale. Si badi, non un avviso di garanzia, ma una imputazione coatta.

Lo stesso sindaco, magistrato in aspettativa, in alcune dichiarazione susseguenti il fatto citato riprende le dichiarazioni di Massimo Cacciari circa “la follia” che guiderebbe chi sceglie di amministrare una città e lo fa provando a costruire un nesso politico (particolarmente fantasioso) con le delicate riflessioni del filosofo veneziano e di Piero Fassino in ordine al delicato ruolo dei primi cittadini.

Nella piena consapevolezza della difficoltà, spesso estrema, del ruolo del sindaco ci sarebbe da interrogarsi se questi tentativi non appaiano invero come volontà, nemmeno tanto nascoste, di autoassoluzione circa le vicende contestate.

Si rischia di derubricare a corollario della vita pubblica (quasi come certificato di buona condotta) una qualsivoglia pendenza giudiziaria. Che dire di quella stragrande maggioranza di pubblici amministratori che invece attraversano le loro esperienze di governo e i controlli di legalità necessari senza strascichi e pendenze giudiziarie? Sarebbero meno efficaci ed efficienti secondo questa nuova teoria che misurerebbe la produttività di chi amministra attraverso quanto si è stati coinvolti in procedimenti giudiziari?

Esasperare le vulgata del sindaco “decisionista” fino alle estreme conseguenze della rottura degli argini e dei perimetri normativi, seppure spesso fumosi e contraddittori, è un rischio enorme per l’intero sistema dell’amministrazione locale fino a divenire una faglia dolorosa nei rapporti tra politica e magistratura, che andrebbe ricomposta e non alimentata.

Il sindaco-magistrato lamenta, poi, il “mancato accesso allo strumento dello spoil system”, impossibilità che non gli consente di individuare risorse e figure dirigenziali di fiducia confacenti al proprio disegno politico-programmatico.

Ci sarebbe da richiamare, a questo punto, l’evoluzione normativa e dottrinaria degli ultimi decenni in materia,  che ha fortemente ridimensionato una pratica divenuta con gli anni la principale camera di compensazione politica e clientelare nella pubblica amministrazione spesso a discapito del suo buon andamento come pur dettato dalla Carta costituzionale, ossia l’idea che le strutture dirigenziali fossero a totale servizio della struttura politica ed elettiva su mera base (nel migliore dei casi) fiduciaria.

Si dovrebbe prestare maggiore cautela nell’approccio a questioni così delicate. Bisognerebbe porre la dovuta attenzione a non capovolgere il tavolo soprattutto nel goffo tentativo di inserirsi nella scia di una articolata e seria riflessione nazionale sul ruolo dei sindaci, che ha goduto di autorevoli interventi tra i quali quello del presidente dell’Anci Piero Fassino nei giorni scorsi.

Ogni confronto su temi così delicati andrebbe bonificato da tentativi personalistici di tirarsi fuori dalle secche giudiziarie rappresentandole come banali incidenti di percorso che afferiscono alla “normale” attività di un qualsivoglia sindaco italiano, rifuggendo, inoltre,  da chiamate in correità generiche e piuttosto ingenerose verso la categoria.

Rimane inalterato, per cultura e formazione politica, il necessario principio di garanzia soprattutto nelle fasi procedimentali degli accertamenti giudiziari. Un atteggiamento di cautela e rispetto che però non può divenire “giustificazionismo” ad ampio raggio e a portata di tutti. Atteggiamento che, quello sì, avrebbe implicazioni politiche gravi perché lascerebbe autostrade alle teorie “manettare” che già parecchi danni hanno causato al Paese.

In caso contrario rischieremmo con ogni probabilità un salto all’indietro di un qualche decennio, allorquando si confondevano funzioni di indirizzo e di gestione in unici vertici decisionali spesso opachi e alla mercé delle più retrive logiche clientelari.

Il caso di Portici appare per questo emblematico del delicato limite sul quale si muove la discussione e sul tentativo di utilizzarlo proditoriamente finendo per sminuirne senso e significato. Va così stigmatizzato in premessa e alla radice ogni malcelato tentativo di rendere un rinvio a giudizio per un amministratore pubblico come un attestato di benemerenza o peggio un premio alla carriera. Non è da considerarsi “normale amministrazione”, figuriamoci blandirlo come titolo onorifico, il coinvolgimento in vicende giudiziarie per le quali dovessero accertarsi addirittura responsabilità.

Questa riflessione molto probabilmente continuerà ad evolversi a testimonianza della necessità di un profondo confronto di merito sul ruolo dei sindaci nel complesso impianto normativo esistente senza però farsi incantare da pericolosi salti all’indietro o personalismi esasperati , soprattutto quando, sempre nel caso di Portici, lo stesso sindaco, cinque anni fa, come assessore, pretendeva le dimissioni di un collega per un avviso di garanzia affermando che bastasse il solo sospetto per allontanare un amministratore dalle cariche pubbliche.

Capiremo con il tempo se sarà altrettanto rigido e severo con se stesso oppure se, nel nome della poltrona, avrà cambiato idea. Bisognerebbe sempre applicare per se stessi ciò che si chiede e pretende per gli altri, soprattutto in politica. E capiremo se questa interessante riflessione possa vivere davvero e con serenità nella dialettica politica senza inquinamenti di sorta.

 

Segretario Partito democratico di Portici

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