Il Renzi 1 deve ricominciare dal partito in periferia

Pd
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con Raffaella Paita, durante l'incontro elettorale a Genova a sostegno della candidata presidente per la Regione Liguria, 8 maggio 2015. ANSA / PAOLO ZEGGIO

Al Nazareno non devono avere paura di intervenire sulle questioni locali

Che ci piaccia o no, il Partito democratico ha avviato nel 2013 una stagione di forte cambiamento che non si è ancora conclusa. Dopo la grande ascesa dei primi mesi, sia in senso politico che elettorale, oggi quella forza dirompente che ha caratterizzato gli inizi della segreteria e del governo Renzi appare stagnante.

In molti riconoscono al segretario il merito di aver dato il via a un processo virtuoso all’interno del partito, richieste che venivano formulate in ogni angolo della nostra organizzazione, soprattutto dai livelli locali. Sì, il livello locale, le segreterie provinciali, regionali, ma anche quelle dei piccoli circoli.

Nel 2013 una maggioranza molto ampia ha votato Renzi come segretario del partito perché – con forza – chiedevano una profonda trasformazione, che in parte è avvenuta ma che, paradossalmente, è proprio sui livelli locali che non si è ancora conclusa.

Certo, il partito ha avuto una sua rifioritura proprio con la vittoria di Renzi, e i risultati di quella voglia di cambiamento si sono avuti e sono stati tutti raccolti nelle europee del 2014.

Ma in questi mesi il partito ha viaggiato a due velocità, quella nazionale, che ha visto la dimensione istituzionale intrecciarsi a quella del partito, e quella locale, dove in molti stanno storcendo il naso per quel cambiamento nei fatti mai interamente avvenuto. E la fuga di voti avuta nelle regionali appena votate sono un segnale, in quanto questa doppia velocità ha creato una enorme discrasia tra come abbiamo immaginato il partito e come effettivamente funziona nei circoli, nei coordinamenti provinciali e in quelli regionali.

La dirigenza nazionale non deve avere paura di intervenire sulle questioni locali che riguardano il partito, non deve temere di essere accusato di ingerenze, anzi, deve con competenza ed autorevolezza individuare percorsi e indicare delle strade, intervenendo anche anche con “forza” pur di portare avanti quel processo riformatore attivato nel dicembre 2013.

Dalla vittoria congressuale di Matteo Renzi a oggi abbiamo avuto molti casi in cui la dirigenza nazionale è stata tiepida, timida, per poi subire contraccolpi pesanti dal punto di vista politico e mediatico, e non parlo solo della questione romana, ma penso anche ad esempio alla primarie in Campania, rimandate per ben 4 volte.

Fa bene il segretario a sostenere di voler tornare ad un Renzi 1, quello che si occupava e molto di partito, ma per farlo bisogna soprattutto arginare alcune questioni locali che portano il partito ad uno scollamento, non solo comunicativo, ma anche politico, sia con i militanti che con gli elettori.

L’anno prossimo avremo la sfida per le amministrative, ed è un bene che la dirigenza nazionale, e in particolare il segretario, comincino a tracciare una via fin da subito affinché si abbiano le idee chiare, candidati autorevoli e un partito compatto nelle settimane in cui andremo al voto.

Siamo l’unica vera forza di governo in Italia, e su questo punto posso avere la presunzione di non essere smentito, dobbiamo affermare anche nei livelli locali questa responsabilità, questo principio, perché è nei territori che nasce, cresce e prospera un partito.

 

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