Il referendum entra all’università. Ecco come stanno (veramente) le cose

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A destare particolare interesse è un articolo pubblicato sull’edizione del Fatto Quotidiano del 12 ottobre, dal titolo “Roma, Bologna, Milano: zittito il No all’Università”

La campagna elettorale, specie negli ultimi tempi, non sta mancando, purtroppo, di assumere toni molto aspri. Le caratteristiche di questo dibattito sono tali che vi rientrino appieno ogni formazione sociale, di ogni categoria, intrecciandosi con un presidio costante di qualsiasi mezzo di informazione. Non sono da meno, quindi, comunità accademiche, in tutte le loro componenti, siano essi studenti, docenti, ricercatori e personale più sindacalizzato.

A destare particolare interesse è un articolo pubblicato sull’edizione del Fatto Quotidiano del 12 ottobre, dal titolo “Roma, Bologna, Milano: zittito il No all’Università”, a firma di Virginia Della Sala. Proprio l’Università, concepita come luogo di costruzione dei saperi, deve rappresentare la sede per eccellenza, del dibattito e del confronto. Per questo, sorprende e, soprattutto, si trasmette indignazione, verso chi legge, per come sia stato possibile che quelle stesse sedi abbiano visto negare uno spazio di discussione e «zittire» una parte coinvolta nel dibattito per avvantaggiarne un’altra.

Andando nel dettaglio si può cogliere la misura in cui, però, le vicende riportate siano alquanto eterogenee. C’è la proposta «estrema», per così dire, del senato accademico di Roma Tre di tagliare corto e vietare qualsiasi iniziativa sul tema nei quarantacinque giorni antecedenti al fatidico 4 dicembre. Una decisione da biasimare? Forse la migliore, a giudicare dalla bassa qualità del dibattito a cui assistiamo ogni giorno sulle colonne dei giornali e nei talk show televisivi. Caso simile a La Sapienza, dove il preside della facoltà di Giurisprudenza, viste le tante richieste, ha posto come condizione che ci fosse una iniziativa per parte. Certo è che, in entrambi questi casi, non è immediata la lettura di questi come provvedimenti che vanno a penalizzare «chi è per il No», semplicemente sulla base del fatto che i due decisori fanno campagna per il Sì, dal momento che le decisioni, sia nell’una che nell’altra sede, ricadrebbero su entrambe le posizioni in gioco.

Leggerle come atti in base ai quali «silenziare» il No, equivarrebbe a dire che questo preside e questo rettore abbiano potuto manifestare queste intenzioni temendo una preponderanza delle ragioni del No. Il che implica spingersi molto in avanti con le interpretazioni. Quasi come una costante, a prescindere da merito e metodo dei protagonisti, viene impuntato a docenti, presidi e rettori di risultare tra i firmatari del Manifesto per il Sì, sottoscritto da tanti del mondo della conoscenza. Qualcosa che ricade nell’alveo dell’etica professionale, mettendo in discussione il rapporto tra libertà e responsabilità di insegnamento. Valutazioni che devono tenere conto della distanza tra propaganda politica e approfondimento didattico, pur quando si parla di una riforma costituzionale al centro di un aspro dibattito.

Accade a Milano, dove su sei docenti chiamati a un incontro dal titolo «La Costituzione e la sua riforma», si imputa a tre dei sei relatori complessivi dell’iniziativa di essere per il Sì. Come dire, qual fatto grave! Come avranno fatto anche loro a prestarsi a cotanta «corruzione»? Nel momento in cui tre sono per il Sì su sei (più un altro relatore che viene attribuito alla «categoria» borderline, ripescando un vecchio articolo dove «cadde in tentazione» anche lui ammettendo il proprio favore per la riforma del bicameralismo in Italia) si presume che gli altri tre siano per il No o, quantomeno, per una posizione neutrale, producendone, in ultima istanza, un bilanciamento. Sempre che si voglia dare a queste iniziative una veste di approfondimento politico, prima ancora che didattico. I dibattiti sarebbero «controllati» dunque, come titola il Fatto Quotidiano.

Accade anche a Bologna, dove la Scuola di Giurisprudenza ha inaugurato, lo scorso 11 ottobre, un ciclo di seminari a crediti di diritto Costituzionale a cura dei professori Andrea Morrone e Diletta Tega. Otto incontri sui vari capitoli della riforma e per i quali, sei docenti su otto sono sostenitori del Si. Un gruppo di studenti per il No, dal non chiaro colore politico, ha fatto irruzione Durante il primo incontro per impedire ai docenti di svolgere la prima lezione denunciando, oltre alla presunta parzialità degli stessi, anche la mancata autorizzazione degli uffici amministrativi allo svolgimento di una iniziativa per il No. Questo secondo aspetto risulta assai diverso dal primo, proprio perché non chiama in causa interpretazioni, bensì può e deve essere ricostruito alla luce dei procedimenti amministrativi stessi per farne chiarezza.

Quello che riporta il Fatto sul punto è che hanno provato a sentire gli uffici del rettore senza ottenerne ancora risposta. Quello che il Fatto trascura è che ad esserne più informati sono gli uffici della singola Scuola di Giurisprudenza, prima ancora dell’intero rettorato d’ateneo, giacché sono responsabili delle autorizzazioni per i propri spazi. L’ateneo di Bologna è una realtà particolare a livello studentesco, frastagliandosi tra l’antagonismo dei collettivi e la polarizzazione delle associazioni che fanno rappresentanza negli organi. Pur essendo terra rossa per definizione, a vincere le elezioni sono sempre state formazioni di centrodestra, con una tradizione che si è interrotta solo nell’ultima tornata dove il consiglio studentesco ha espresso Fabiana Maraffa quale primo presidente di centrosinistra nella storia dell’organo.

La stessa, si è prontamente attivato alla ricerca di chiarimenti, in quanto preoccupato sulla base dei fatti denunciati e ha chiesto spiegazioni formali alla Scuola. Spiegazioni che non sono tardate ad arrivare da parte della preside di facoltà Nicoletta Sarti. Come dichiarato dalla Maraffa, la presidenza, in primis, ha affermato di , dal momento che l’iniziativa per cui si era attivata la procedura di richiesta era stata genericamente intitolata «Assemblea pubblica sulla riforma costituzionale», specificando anche che gli stessi «hanno più volte fruito di spazi per iniziative organizzata all’interno della Scuola ed è pertanto a conoscenza delle procedure e delle tempistiche a tutti richieste». Ma, quel che è più importante, dagli atti risulta che la domanda sia stata presentata con circa tre giorni di preavviso, rispetto ai ventuno previsti da regolamento sull’utilizzo degli spazi di facoltà, invitando i richiedenti a ripresentare la domanda nel rispetto dei tempi.

Che forse si possa eccepire il regolamento per organizzare una iniziativa per il No? Allora, probabilmente, utilizzando questa metodologia, anche gli studenti per il Si (ci sono anche quelli nonostante non interessino al Fatto Quotidiano) allo stesso modo farebbero bene a presentare una richiesta con poco preavviso per vedersela respingere e scaricarne la colpa alle istituzioni? Meglio di no. Per quel che riguarda gli organi dell’informazione, sarebbe il caso di concentrarsi più su altri problemi – tanti – delle nostre Università, piuttosto che vedere responsabilità anche laddove non ci sono.


Gianluca Scarano è Responsabile Scuola, Università e Ricerca dei Giovani Democratici

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