Il Referendum è per la stabilità

Referendum
L'Aula del Senato durante l'esame del Bilancio Interno, Roma, 24 settembre 2014. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Se a Madrid ci fosse l’Italicum, la Spagna avrebbe già da sei mesi un governo

Se i nostri partner europei accetteranno la scommessa di un’Europa più capace di valori, intesi come valori sociali, un’Europa con l’anima e che non guarda solo al portafoglio, penso che lo shock della Brexit potrebbe essere paradossalmente persino un fatto positivo”: Matteo Renzi, a Bruxelles per il primo Consiglio europeo senza Gran Bretagna e all’indomani del supervertice a Berlino con Angela Merkel e François Hollande, non rinuncia all’ottimismo che da sempre lo contraddistingue, e che qualche volta gli è anche costato critiche feroci.

Non è un po’ troppo parlare della Brexit come di un’opportunità, dopo il catastrofismo apocalittico dilagante in questi giorni anche in Italia? Il tema centrale – non della contingenza referendaria britannica, ma della fase storica che il continente sta attraversando – è la stabilità. Sulla stabilità – politica, istituzionale, finanziaria – le classi dirigenti europee si giocano non soltanto la loro personale sopravvivenza, ma anche, e soprattutto, quel poco (o tanto) che resta dell’ideale europeo e, all’interno dei confini nazionali, quel poco (o tanto) che resta della credibilità dei sistemi politici.

C’è infatti un nesso strettissimo fra la capacità di rilanciare l’Unione e la capacità di resistere agli assalti delle forze variamente etichettabili come populiste che, da destra o da sinistra, muovono all’attacco dei governi nazionali. Si vince la battaglia europea se si convincono gli elettorati nazionali – gli unici, com’è noto, che hanno diritto di parola e soprattutto di voto –, e si vince la battaglia in patria se si è capaci di ricostruire un orizzonte europeo credibile.

Renzi ne è talmente convinto da voler spostare coerentemente l’iniziativa politica proprio sul palcoscenico continentale. La partecipazione al vertice di Berlino segna un salto di qualità nel profilo e nel peso internazionali dell’Italia, che oggi può considerarsi a tutti gli effetti un partner cruciale dellla Germania di Angela Merkel e un membro del nuovo Direttorio europeo a tre che la Brexit ha di fatto innescato.

Ma avere buoni rapporti con Berlino o farsi fotografare con Hollande e Merkel non ha soltanto un valore simbolico (che tuttavia non andrebbe sottovalutato, se soltanto ci si ricorda di come Sarkozy e la stessa Merkel trattarono Berlusconi e l’Italia in un’indimenticata conferenza stampa di qualche anno fa): è anche la chiave per ottenere ciò che Renzi, da che è arrivato a palazzo Chigi, chiede con insistenza e convinzione: più flessibilità, cioè più soldi e più investimenti.

La salvezza politica del continente passa per la sua ripresa economica, e la ripresa ha bisogno di massicci investimenti. È dunque sullo scacchiere europeo che Renzi giocherà la sua partita nazionale: anche, e anzi soprattutto, in vista del referendum costituzionale.

Le polemiche sulla personalizzazione si sono rivelate, al cospetto dei fatti e della loro drammaticità, il solito, stucchevole balletto di provincia. È evidente che un leader che perde un referendum storico se ne va; ma è altrettanto evidente che il referendum –quello britannico appena celebrato come quello italiano d’autunno – non è sul leader, né sul governo, e neppure sull’opposizione. È sull’efficienza e sulla stabilità del sistema, e sulle sue prospettive di sviluppo.

Da questo punto di vista, che è poi l’unico che conta davvero, oltre al segnale che viene dalla Gran Bretagna, e che è destinato ad innescare un ciclo virtuoso di riforme e investimenti, c’è anche il risultato delle elezioni spagnole. Se a Madrid ci fosse l’Italicum, la Spagna avrebbe già da sei mesi un governo. Invece si è votato ben due volte, e il governo ancora non c’è (e se ci sarà, sarà una grande coalizione). L’Italicum non è sottoposto a referendum, ma è parte essenziale delle riforme volute dal governo. Insieme stanno, e insieme cadrebbero. Un motivo in più per il Sì di ottobre.

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