Il referendum dà a Tsipras un mandato in bianco

Grexit
epa04832104 A man exits a voting booth to cast his ballot in a voting centre during a referendum in Athens, Greece, 05 July, 2015. Greek voters in the referendum are asked whether the country should accept reform proposals made by its creditors  EPA/YANNIS KOLESIDIS

In che direzione andranno le nuove trattative? Le urne non lo dicono, ma l’Europa dovrà guardare alla crescita non solo all’austerità

La vittoria dei No al referendum greco è stata netta con essa, altrettanto netta, la vittoria di Tsipras, del suo partito e del suo governo, che escono rafforzati dalla prova referendaria. Tsipras e i suoi uomini, a cominciare dal ministro delle finanze Varoufakis, potranno farsi forti del sostegno plebiscitario del popolo greco. Le certezze, tuttavia, finiscono qui, molto altro il referendum greco non è in grado di dirci.

Si è trattato infatti di una consultazione del tutto anomala. Di solito, si usa sottoporre a referendum un accordo, non una rottura. Se per ipotesi Tsipras avesse, dopo una dura trattativa, raggiunto un accordo e avesse voluto comunque sottoporlo al vaglio degli elettori, il quesito e i suoi effetti sarebbero stati chiari: con la vittoria del Sì l’accordo sarebbe stato confermato e l’operato del governo approvato, con quella dei No l’accordo sarebbe risultato bocciato e il governo sfiduciato. Ma il referendum voluto da Tsipras è stato qualcosa di molto diverso e obiettivamente assai più ambiguo, come ha rilevato stamani, sulle colonne dell’Unità, Walter Veltroni: si è chiesto al popolo di confermare una rottura nel corso di un negoziato, o di disapprovarla, approvando la proposta negoziale della controparte europea. Forse legittimo, anche se certamente anomalo. Ma di assai dubbia portata cognitiva e soprattutto normativa. In parole più semplici: abbiamo appreso stasera cosa i greci non vogliono, l’accordo alle condizioni prospettate dalla Commissione europea, ma sappiamo onestamente molto poco su cosa vogliono.

Se la logica aristotelica avesse ancora cittadinanza ad Atene, dal risultato referendario si dovrebbe dedurre che Tsipras abbia ottenuto un mandato a negoziare per migliorare l’accordo, dal punto di vista dei greci. Ma quale sia il miglioramento accettabile per il popolo greco il referendum non lo ha detto, semplicemente perché non poteva dirlo.

Dunque, al momento, l’unico effetto del referendum è un mandato in bianco a Tsipras, col solo vincolo di migliorare, per quanto possibile, l’accordo. Vedremo nelle prossime ore come il premier greco intenderà utilizzare questo mandato: se in modo pragmatico, chiudendo a condizioni migliori, o se in modo populista, rilanciando fino a farlo saltare in modo definitivo, con tutte le conseguenze del caso, per la Grecia e per l’Europa.

Per l’Europa il No dei greci è un nuovo campanello d’allarme, che conferma l’insostenibilità dell’attuale quadro istituzionale dell’Unione. Eugenio Scalfari ha fatto osservare lucidamente, nel suo editoriale domenicale su Repubblica, la distanza che separa il modello Usa da quello Ue. Anche gli americani hanno il loro “fiscal compact”, se possibile più severo di quello europeo. Anche al di là dell’Atlantico i 50 stati dell’Unione, come e più dei 19 dell’Eurogruppo, sono tenuti al pareggio di bilancio e se fanno debiti ai quali non sono in grado di fare fronte con le loro risorse statali, non vengono salvati dal governo federale, ma vanno in default: licenziano i loro dipendenti, vendono patrimonio, aumentano le tasse, fino a ripagare il debito.

E tuttavia, accanto al loro severissimo “fiscal compact”, gli americani dispongono, al contrario degli europei, di un poderoso “growth compact”, un patto costituzionale per la crescita, quello che assegna al governo federale il compito di utilizzare la forza del dollaro per attirare da tutto il mondo capitali in grado di sostenere la crescita degli Stati Uniti. È questo secondo braccio, un braccio keynesiano, rooseveltiano, che rende sostenibile perfino il default dei singoli stati.

L’Europa questo secondo braccio non ce l’ha ancora ed è per questo che la situazione sta diventando insostenibile: stiamo usando la seconda moneta più forte del mondo come un freno alla crescita, anziché un motore di sviluppo. Con tutto quel che ne consegue, in termini di crescita del sentimento anti-europeo tra i popoli di tutto il vecchio continente.

C’è dunque da sperare che già nelle prossime ore si trovi un compromesso che consenta di chiudere la crisi greca evitando la sciagura di una rottura definitiva. Ma un accordo tra Tsipras e Juncker sarebbe solo una pezza su un vestito logoro, se l’Europa e, in essa, in particolare l’Eurozona, non si darà presto un piano di riforma della sua governance, che le consenta di dotarsi del braccio espansivo, accanto a quello restrittivo, sul modello degli Stati Uniti d’America. Tocca ai tre principali leader dell’Eurozona, Merkel, Hollande e Renzi, avanzare una proposta chiara e coraggiosa in questa direzione. La direzione degli Stati Uniti d’Europa.

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