Il questionario Rai chiede “sei maschio o femmina”? E il Fatto si lamenta

Il Fattone
La statua del cavallo morente all'ingresso della sede Rai di viale Mazzini, Roma, 2 settembre 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Ecco cosa scrive la professoressa Mihaela Gavrila, “docente di Culture e Industrie della Televisione” alla Sapienza di Roma sulla consultazione pubblica sul futuro della Rai

A volte il Fattone è costretto a leggere cose che voi umani nemmeno potete immaginare. Oggi, per esempio, l’intera pagina 20 del giornale di Travaglio è dedicata all’analisi della consultazione pubblica sul futuro della Rai indetta dal ministero dello Sviluppo economico. Ci saremmo aspettati una riflessione sui risultati, sulle aspettative, sulle richieste e le esigenze degli italiani, sul ruolo del servizio pubblico alla vigilia della nuova convenzione Stato-Rai.

E invece la professoressa Mihaela Gavrila, “docente di Culture e Industrie della Televisione” alla Sapienza di Roma, dedica la sua sterminata articolessa ad “alcune ingenuità formali e di metodo, che rivelano una concezione semplicistica e stereotipata della società italiana”. Bene, vediamole.

La prima – non ridete – riguarda “il secondo quesito, in cui viene chiesto agli intervistati di indicare il proprio genere”. Le opzioni sono due: “maschio” o “femmina”. Giusto? Sbagliato! “Il genere – scrive la professoressa – è un concetto oggi talmente complesso da non poter essere racchiuso nella dicotomia autoescludente maschio-femmina. Il giusto riferimento – prosegue – è verso quelle dinamiche che si snodano intorno alla cultura, alla sessualità, all’autopercezione e che si traducono nell’idea, per non dire nell’ideale, di maschilità, femminilità, omosessualità, transessualità, per non dire di altri generi”. Vero, verissimo: ma la Rai che c’azzecca? È sufficiente non aver inserito la casella “transessuale” – l’omosessualità, gentile professoressa, non è un “genere” – per rendere inutile il questionario e, addirittura, “mettere in imbarazzo l’Istat, incaricato di elaborare i risultati”?

La seconda “disattenzione” riguarda la “condizione lavorativa”: “la semplice distinzione ‘Occupato’ e ‘Non occupato’ – spiega la professoressa – esclude fasce inedite rispetto al passato: gli inoccupati, gli inattivi, per non parlare dei Neet, i ‘not (engaged) in Education, Employment or Training’.” Perbacco: guai ad equiparare un “Neet” a un “non occupato”, o addirittura un “inoccupato” a un “inattivo”, soprattutto quando gli si chiede un parere sulla Rai.

C’è altro? No, nell’articolone non c’è altro. La brillante analisi del questionario finisce qui: e il Fattone tira un sospiro di sollievo.

 

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