Il Pse giudica Fico, il Viktor Orban slovacco

Europa
epa04630187 Party of European Socialists (PES) leaders pose for a family picture during their meeting held in Madrid, Spain, 21 February 2015.  EPA/ANGEL DIAZ

Gianni Pittella ne chiede la sospensione dopo le ripetute prese di posizioni identitarie e anti-profughi del laeder di Bratislava

“Robert Fico, de Viktor Orban van Slowakije”. “Robert Fico, il Viktor Orban della Slovacchia”: è il titolo di un articolo sfornato nelle scorse ore da De Morgen, giornale del Belgio fiammingo. Non è l’unica testata che nel corso degli anni ha osato accostare il primo ministro slovacco a quello ungherese.

Stavolta il parallelo è scattato in ragione del “muro” eretto dai due davanti ai rifugiati. Quello di Orban è anche fisico: pali di metallo e reticolati. In entrambi i casi, comunque sia, la questione condensa diversi altri fattori. Soprattutto politici e psicologici. Si va alla ricerca di consenso facile, forzando la leva del rifiuto della promiscuità. Come Orban, anche Fico sostiene che la presenza dei rifugiati sul territorio può generare un corto circuito culturale. «La Slovacchia è un paese cristiano, non possiamo tollerare l’afflusso di 300mila, 400mila immigrati musulmani che vorranno iniziare a costruire moschee nella nostra terra, cercando di cambiarne la natura, la cultura e i valori dello Stato».

È con questa postura che l’altro giorno il governo Fico si è formalmente opposto al piano europeo sulla distribuzione dei rifugiati. Alla Slovacchia ne sarebbero spettati 802, pari allo 0,014% della popolazione. Il “no” farà scattare una penalità di circa due milioni di euro, riporta l’International Business Time. Per di più, Bratislava ha intenzione di contrastare legalmente la decisione presa da Bruxelles.

Il presidente del gruppo europarlamentare dei socialisti e dei democratici (S&D), Gianni Pittella, non l’ha presa bene. I richiami alla purezza nazionale, l’idea che la Slovacchia sia la casa esclusiva degli slovacchi e la mancata solidarietà espressa nel corso di questa rognosa crisi dei rifugiati l’hanno portato a chiedere a Sergei Stanishev, ex primo ministro bulgaro e presidente del partito socialista europeo, di avviare la procedura di sospensione nei confronti dello Smer, la formazione, parte della famiglia socialista europea, di cui Fico è a capo.

Ed è proprio sul terreno dei grandi gruppi politici europei che il primo ministro slovacco rischia ben più di Orban. Che, all’interno del Partito popolare europeo, ha appena messo a segno un colpo di alto livello, incassando il consenso dei cristiano-sociali (Csu), alleati di Angela Merkel, sulla difesa delle frontiere. E l’ha fatto in casa della stessa Csu, riunita a congresso nella sua roccaforte bavarese, permettendosi di accusare la cancelliera di fare “imperialismo morale”. Insomma, benché l’ipotesi sia emersa, sembra difficile che Fidesz, il partito di Orban, possa essere momentaneamente cacciato dal Ppe. Un passaggio del genere potrebbe avere ricadute sugli equilibri interni del governo tedesco.

Per Fico la situazione è più scivolosa. Anche perché i socialisti europei potrebbero rivendicare che, al contrario dei popolari, hanno il coraggio di punire chi gonfia i muscoli sulla vertenza dei rifugiati, remando contro il resto del condominio comunitario. In questo senso potrebbe passare momenti non felici anche il primo ministro romeno Victor Ponta. Anch’egli socialista, anch’egli parte del fronte del no alle quote, recentemente incriminato per corruzione, evasione fiscale e altri reati di cui si sarebbe macchiato nell’esercizio della sua professione di avvocato, prima comunque di assumere la carica di leader della coalizione. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo a Fico. Il suo partito verrà sospeso? Difficile dirlo. Da una parte ci sono in ballo considerazioni politiche. La Slovacchia va al voto a marzo e Fico è ancora il favorito numero uno, anche se non sembra destinato a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, come accadde nel 2012. In altre parole: il Pse potrebbe complicare la campagna dello Smer.

Dall’altra parte, però, c’è da considerare che nel 2006 il partito di Fico fu già sospeso dal Pse. Correva l’anno 2006 e la decisione scattò dopo che lo Smer si alleò con i partiti, oggi ininfluenti, di Jan Slota e Vladimir Meciar. L’uno capopopolo ultra-nazionalista; l’altro protagonista, da primo ministro tra il 1993 e il 1998, di una stagione politica contrassegnata da tendenze un po’ autoritarie e isolamento internazionale.

All’epoca, pur di mantenere la coesione nella coalizione, Fico, avvocato nato da una famiglia operaia, non esitò a varare una discutibile legge, gradita ai suoi alleati, che confermava i decreti Benes. Le misure, vale a dire, con cui dopo il 1945 una larga parte dei tedeschi e degli ungheresi della Cecoslovacchia furono cacciati dal paese sulla base del principio della colpa collettiva (ovvero il sostegno al nazismo). I loro beni vennero requisiti. Il governo Fico promosse inoltre alcuni provvedimenti in materia di stampa ritenuti restrittivi. E anche la retorica contro i rom, la cui integrazione risulta oggettivamente complessa, ebbe un’impennata. Nel 2008 lo Smer, garantendo il rispetto dei diritti delle minoranze e della stampa, fu tuttavia riammesso al Pse.

Vada come vada, il dato è che Fico, strumentalmente, ha nuovamente calato al tavolo la carta identitaria. Una scelta cinica, secondo The Slovak Spectator. «Fico ha sacrificato la posizione del paese in Europa in nome della sua campagna elettorale», scrive il quotidiano online con sede a Bratislava.

 

 

 

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