Onida, il più duro dei diecimila presidenti emeriti della Consulta

Il Noista
L''ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, durante un dibattito sul referendum costituzionale alla Fondazione Corriere della Sera, 19 settembre 2016. Ansa/Daniel Dal Zennaro

Nella riforma vede un centralismo che non c’è

Il professor Valerio Onida, uno dei diecimila presidenti emeriti della Corte Costituzionale (l’ha presieduta dal 22 settembre 2004 al 30 gennaio 2005, quattro intensi mesi di lavoro sufficienti per meritare una pensione annua di circa 200.000 euro), appartiene alla categoria dei Noisti irriducibili: per lui non soltanto la riforma non va bene, ma non va bene neanche il referendum che la deve confermare o respingere, al punto da presentare ricorso contro il Parlamento, la Corte di Cassazione e il presidente della Repubblica, colpevoli di aver approvato un quesito che non gli garba.

Oggi, in una breve intervista a Repubblica, se la prende con la riforma del Titolo V, che regola i rapporti fra lo Stato centrale e le Regioni riordinando le rispettive competenze.

L’argomentazione di Onida merita di essere riportata per intero. “Quelle stesse forze politiche che nel 2001 vollero la riforma del Titolo V, oggi propongono una riforma che inverte totalmente il segno di quella”.

Se le parole hanno un senso, il presidente emerito sostiene che la riforma Boschi, nella sostanza, corregge una precedente riforma – anch’essa promossa del centrosinistra, seppur in tutt’altro contesto – e ripristina dunque lo stato di cose preesistente al 2001 – cioè la Costituzione così com’è stata scritta nel 1948.

In realtà non è così, perché le competenze delle Regioni definite dalla riforma sono in ogni caso più ampie di quelle originariamente previste dalla Carta: ma questo, in fondo, è un dettaglio.

Non è invece un dettaglio l’argomento portato da Onida contro la riforma: “La scelta del centralismo fa regredire il nostro assetto regionalistico, in contrasto con l’art. 5 della Carta, che chiede alla Repubblica di adeguare ‘i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento’”.

Ora, anche ad un presidente emerito della Consulta è richiesto un minimo di serietà: di quale “centralismo” sta parlando?

Se si sostiene che la riforma Boschi ristabilisce le competenze delle Regioni così com’erano prima del 2001, ciò significa che si torna allo spirito, se non alla lettera, della Costituzione del 1948: la quale dunque, seguendo il ragionamento di Onida, sarebbe anticostituzionale perché “in contrasto con l’art. 5”.

Se invece, più correttamente, si osserva che le competenze delle Regioni diminuiscono rispetto al 2001, ma crescono rispetto al 1948, ciò significa che “l’autonomia e il decentramento” previsti dall’art. 5 sono stati rafforzati nella direzione prevista dai padri costituenti.

In entrambi i casi, non si può seriamente sostenere l’anticostituzionalità di una norma che riavvicina, nella forma e nella sostanza, la nuova Costituzione a quella del 1948. Anche i presidenti emeriti, qualche volta, dovrebbero rispettare la logica, il diritto e il buonsenso.

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