Il problema? I poteri deboli

Governo
Nella combo da sinistra Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, e Beppe Grillo, leader del Movimento Cinque Stelle, Roma, 17 Ottobre 2014. La tensione tra i due e' aumentata dopo che il M5s ha scelto di scendee anche in piazza a Milano per protestare contro la manifestazione 'Stop invasione', promossa dalla Lega Nord. ANSA

Tanto i grillini che i leghisti hanno attinto a piene mani nel catalogo delle passioni tristi, cercando di cavalcare l’onda dei Farage, Le Pen, Orban e Trump

Qualche anno fa, apparve sugli scaffali delle librerie italiane un libro bellissimo “L’epoca delle passioni tristi”scritto da un filosofo e psicanalista argentino, Miguel Benasayang, e da uno psichiatra dell’adolescenza francese Gerard Schmit. Il libro scandaglia le profondità inesplorate del disagio dei giovani francesi utenti di servizi di assistenza psicologica, ai quali i due autori non sapevano né volevano dare una risposta fatta solo di farmaci e rimozione.

Da qui si sviluppa la tesi del libro, ovvero che quei ragazzi sentivano in maniera epidermica la fatica di misurarsi con il cambiamento del mondo, trasformando le proprie ansie in un tratto depressivo (ossia tutto rivolto al passato) o maniacale (tutto schiacciato sul presente). Il futuro, la sana e consapevole ricerca di un progresso della propria esistenza, diventava così un fardello per loro insostenibile.

A distanza di tre lustri da quello studio, quelle patologie segrete, quel ripiegamento nel privato, sono emersi prepotentemente nel dibattito pubblico. Non è la prima volta che accade nella storia, ahimè, ma certo quello che noi oggi chiamiamo demagogia populista, si alimenta senza sosta di xenofobia, guerra tra poveri, giustizialismo, stigmatizzazione delle elites (meglio se indistinte), denuncia dei poteri forti (meglio se oscuri e complottisti). Insomma, un vero catalogo di passioni tristi. Si tratta di una vera e propria rivoluzione regressiva, non di un fastidioso incidente di percorso.

Il Pd di Matteo Renzi ha messo a fuoco da subito questo tema, facendo una scelta, opinabile come lo sono tutte le scelte, di sbattere in faccia a tutti la questione impalpabile, eppure così pesante, del futuro. Dalla rottamazione fino alla riforma costituzionale, il filo che lega le scelte fin qui compiute (io stesso me ne convinsi in corso d’opera) sottende un radicale rifiuto delle passioni tristi, a favore di uno slancio, tutt’altro che ingenuo, rivolto a riguadagnare il diritto al futuro senza imbarazzi, magari rischiando di sbagliare, ma senza arrendersi allo stato delle cose presenti.

Tanto i grillini che i leghisti hanno attinto a piene mani nel catalogo delle passioni tristi, cercando di cavalcare l’onda dei Farage, Le Pen, Orban e Trump. Per me, sostenere che costoro siano un pericolo non può rimanere un ottimo tema da convegno. Perciò sostengo lo sforzo di Renzi, mentre non capisco, davvero lo dico con rispetto, il fine ultimo di uno scontro voluto a tutti i costi e quotidianamente, volto a mettere in discussione non tanto una linea politica, che sarebbe esercizio da congresso, ma la legittimità di chi la propone. Allora non si dica, sottovoce o in un comizio, che la legge elettorale sia il punto cruciale di una crisi democratica. È una legge ordinaria, tra l’altro completamente cambiata tra la prima e la seconda versione, sulla quale si potrà proporre un’ennesima modifica. Invece tutti sappiamo che per intervenire sulla costituzione, con lo stesso intento migliorativo che abbiamo messo in campo noi, servirebbero altri trent’anni.

La comunità politica di cui facciamo parte è sicuramente un bene prezioso, eppure sento l’urgenza di una responsabilità condivisa, che non distingua tra nativi democratici e democratici apocrifi. Così come sarebbe indispensabile dire con chiarezza che nel paese che agita continuamente lo spettro dei Poteri Forti, quelli che fanno male davvero sono i Poteri Deboli che, siccome non fanno nulla in proprio, impegnano ogni loro sforzo a non far fare agli altri. Dico, a costo di passare per ingenuo, che a me piacerebbe una volta condividere l’orgoglio del fare, raccontando al paese di più e meglio ciò che il nostro governo sta facendo dopo anni di immobilismo su tanti temi. Per me sta qui la scommessa: restituire alla politica il suo senso e la sua utilità pubblica. Magari provando a costruire un futuro meno invaso da cupe passioni tristi.

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