Il problema dell’organizzazione del partito nasce molto prima del Pd

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Per anni si è voluto mantenere il modello del PCI per preservare la storia, non intuendo il cambiamento in atto nella società

Non è più tollerabile che della questione organizzazione del partito ci si occupi solo quando abbiamo incassato una sconfitta elettorale come se un mese, un anno prima il problema non sussisteva. Così sul partito romano abbiamo aspettato la magistratura come se prima non ci fossero le condizioni per intervenire.

Depurati dall’ipocrisia occorre storicizzare la questione, cioè capire da che momento è iniziata la crisi organizzativa dovuta per progressiva autoreferenzialità di chi a vissuto e vive dentro le strutture territoriali fino ad arrivare ai livelli nazionali. Bisogna acquisire una volta per tutte la consapevolezza del fatto che l’organizzazione del Pc di oggi non è conseguenza logica del suo atto di nascita ma effetto di trascinamento della vecchia organizzazione del PCI che scientificamente è stata mantenuta in vita anche nelle fasi di trasformazione successive: PdS, Ds e infine Pd.

Ecco che quella organizzazione logicamente in crisi con l’esaurirsi della storia politica del PCI ha cercato di sopravvivere a dispetto della storia, ma per sopravvivere inevitabilmente doveva ricorrere all’autoreferenzialità. Sezioni sono diventati circoli, molto spesso l’unica cosa che cambiava era l’insegna, l’età anagrafica aumentava ma le persone, salvo i decessi, erano e sono le stesse, le tessere diminuivano ma la logica dominante è sempre stata quella di difendere il fortino perché al di là di ogni ragionamento l’elemento basilare da cui tutto muove è la difesa e la sopravvivenza della storia del PCI.

Inevitabilmente questo a prodotto progressiva assenza del partito in tanti territori, proliferare di correnti, sottocorrenti, capibastone, rendendo sempre più ossidati e impenetrabili le strutture di partito territoriali. Aprirsi, non aprirsi, partito leggero o pesante o quant’altro in questi anni ha invaso le nostre menti, è stato ed è un esercizio stucchevole e inutile propenso a lasciare le cose come stanno.

Il punto da cui bisogna partire era ed è uno solo: acquisire in via definitiva la vocazione maggioritaria come punto di non ritorno mettendo al bando qualsiasi logica proporzionalista. Essere un partito a vocazione maggioritaria cioè un partito in grado di parlare a tutta la società attraverso progetti di cambiamento veri e leadership forti in grado di realizzarli, significa che non esiste più il mito dell’autonomia del partito da qualsiasi livello di governo e il PD sarà ciò che produrrà come risultati di governo sia esso nazionale, regionale, comunale.

Tanto per essere chiari, l’ambizione di parlare a tutta la società significa per esempio considerare l’imprenditore importante quanto i suoi dipendenti, oppure il giovane precario più importante dei dipendenti pubblici e così via e cancellare dal nostro immaginario collettivo espressioni del tipo il “nostro popolo” e simili che ci riportano alla logica proporzionalista. Nella logica maggioritaria c’è un unico soggetto di riferimento: il cittadino con la sua irriducibile complessità e per vincere dobbiamo conquistare la maggioranza dei cittadini, non ci sono scorciatoie.

In sostanza il soggetto partito in quanto strumento principale attraverso il quale la democrazia diventa praticabile deve svolgere le sue due funzioni fondamentali: l’elaborazione programmatica e la selezione della classe dirigente. Questo deve avvenire nella consapevolezza che oggi è inscindibile la domanda della società di velocità di decisione e la responsabilità individuale del ceto politico selezionato attraverso i principi di competenza e meritocrazia.

Oggi si impone quindi a tutti e a tutti i livelli di definire il partito utile quale strumento e simbolo di una sinistra liberale e riformista a vocazione maggioritaria. In questo lavoro di definizione mi sto convincendo che non è fattibile pensare ad una organizzazione pianificata da Aosta a Enna ma a forme organizzative flessibili in grado di aderire alle caratteristiche territoriali dove ci possono stare anche forme di sperimentazione organizzative differenti da territorio a territorio.

La vocazione maggioritaria impone invece due strutture fondamentali su tutto il territorio nazionale: centri di formazione politica e la struttura “ ombra” in quanto è inammissibile immaginare di ragionare differentemente a seconda se siamo al governo o all’opposizione. Per il partito a vocazione maggioritaria non ci deve essere differenza e se al comune, regione o al governo siamo all’opposizione, il nostro metodo di ragionamento deve essere lo stesso.

Per quale motivo per esempio Giachetti ,Fassino, Valente, tanto per considerare le città più importanti dove abbiamo perso,  non costituiscono le giunte ombra coinvolgendo le personalità, le competenze che avevano scelto per formare la giunta in caso di vittoria o riflettendo sulla sconfitta coinvolgere altro tipo di competenze? Questo è il passaggio fondamentale con  il quale il partito costruisce la sua proposta politica e attraverso questa acquisisce visibilità e torna ad essere un punto di riferimento credibile nelle idee e nella classe politica.

È logico che c’è un nesso tra organizzazione e cultura politica ma proprio per questo se questa non viene totalmente assimilata qualunque forma organizzativa diventa esercizio tecnico fine a se stesso ininfluente per le sorti del partito. In altre parole la vocazione maggioritaria diventa e non può essere diversamente lo spartiacque tra chi sta nel PD e chi nel PD non ha ragione di starci.

Non è questione di buoni o cattivi, di onesti o disonesti o altre stupidaggini simili ma di come concepire il fare politica , di come vivere l’eventuale responsabilità, di come interpretare e perseguire i valori fondamentali di libertà, eguaglianza e solidarietà, determina il rapporto tra maggioranza e minoranza interna perché impone a entrambi il confronto tra riformismi inediti. Il prossimo congresso sarà l’appuntamento con il quale si determineranno le sorti del PD: attraversare il guado e abbandonare ogni velleità proporzionalista o attuare, usando una metafora scolastica, il “congresso di Vienna”, la grande restaurazione.

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