Il problema del Pd con le periferie

Roma
Il murales sul muro delle Poste di Primavalle di Via Federico Borromeo, realizzato daglia artisti Martina Vanda, Silvia Sbordoni e Martoz, in ambito di riqualificazione delle periferie. Roma 14 dicembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

I partiti (e non solo) in passato hanno saputo fornire alla Capitale una élite competente formata da persone di estrazioni sociali diverse. Ora questa fonte si è prosciugata

L’inchiesta “Mafia capitale” ha lasciato i cittadini romani sbigottiti e preoccupati. La classe politica fa fatica a rigenerarsi, a reagire, a indicare una rotta sicura per Roma in un passaggio cruciale, e altrettanto inadeguata sembra la classe dirigente nel suo complesso. Francesco Rutelli e Giuseppe De Rita, due delle personalità che si sono confrontate con il gruppo di giovani di Roma! Puoi dirlo forte nel corso di seminari di approfondimento svoltisi nella sede di Italiadecide tra settembre e dicembre 2015, individuano nella crisi delle classi dirigenti della città uno dei vulnus essenziali che conducono allo stato di degrado attuale.

Secondo Rutelli – impegnato in prima persona in un lavoro di elaborazione concettuale e politica sulla “prossima Roma” – chiunque governerà negli anni a venire avrà bisogno di costruire una larga squadra di persone (cento!) in grado di impegnarsi in un progetto condiviso la cui dimensione, va sottolineato, appare letteralmente titanica. De Rita allarga il campo dell’analisi e fornisce un’immagine ancor più sconfortante: la decadenza dei partiti e dei quadri politici a Roma non è che una delle facce della crisi delle classi dirigenti. Essa investe pesantemente – e con responsabilità importanti seppur differenziate – gli accademici, i burocrati, gli imprenditori. Basti pensare all’assenza di testi fondanti, in grado di creare un senso comune sulle trasformazioni in atto nel tessuto sociale ed economico della città, nonostante la presenza di un numero esorbitante di docenti, università, ricercatori e istituti di alta formazione. È ciò che De Rita definisce la “società del bed&breakfast”, significativamente trasversale alle classi sociali e ai quartieri romani, che appunto impedisce alla città di selezionare una propria vocazione produttiva lungimirante e invece la condanna allo sfruttamento di rendite di posizione sempre più anguste.

Giova qui fare una precisazione: l’insistenza sulle classi dirigenti non va letta come un atteggiamento elitario, una posa snob. I partiti politici hanno saputo nel Dopoguerra formare una élite competente formata da persone di estrazioni sociali diverse; altrettanto facevano, con modalità ovviamente differenti, altre agenzie che fornivano allo Stato dirigenti, funzionari, pensatori. Questa fonte si è prosciugata a Roma, come in larghe parti d’Italia, con danni pericolosi per la qualità delle politiche pubbliche: in definitiva, senza élite democratiche non c’è democrazia – anche se può apparire un paradosso nel dibattito manicheo dei nostri giorni – perché comandano i potentati economici.

La politica è comunque sul banco degli imputati. Uno degli osservatori più lucidi e stimati delle dinamiche romane, Walter Tocci, intervenendo in un altro dei nostri appuntamenti, ha spiegato quanto descritto in vari suoi libri. La destra cittadina si è rivelata negli anni di Gianni Alemanno una delle manifestazioni più scadenti della classe politica nazionale, consentendo il proliferare della corruzione e del malaffare negli anni di Mafia Capitale; ma anche il Pd, il partito più strutturato in città, ha i suoi bei grattacapi: innanzitutto per un dato strutturale del suo elettorato.

La maggior parte dei suoi consensi, infatti, non si coagula nella fascia esterna al Grande Raccordo Anulare (edificata in buona parte negli anni di governo del centrosinistra), dove invece si concentrano povertà e disagio, e dove i legami tra le persone sono più laschi, dove cioè sarebbe logico aspettarsi l’affermazione delle forze progressiste. Al contrario, il Pd vince nei quartieri centrali e mantiene una posizione forte nella periferia storica, sfruttando (ma sempre meno) l’eredità del Pci romano, una rete di sezioni, associazioni, centri di aggregazione di varia tipologia.

Insomma – per usare una fortunata metafora tocciana – un partito che prende meno voti man mano che l’autobus partito dal Campidoglio s’inoltra nella periferia. Che, infatti, nel 2008, si schierò largamente a favore di Alemanno e alle elezioni politiche del 2013 preferì il Movimento 5 stelle.

 

Il testo pubblicato è uno stralcio dell’introduzione alla ricerca Abitare Roma, nata dalla collaborazione tra le associazioni “Italiadecide” e “Roma! Puoi dirlo forte”

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