Il primo grande piano umanitario per salvare milioni di persone

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A Istanbul il vertice Onu: ecco tutti i punti del programma

Negli ultimi anni, le immagini di paesi interamente distrutti dalle guerre, di disastri naturali e di catastrofi umanitarie che hanno costretto intere comunità a lasciare le proprie case, in Siria, Iraq, Yemen, Sud Sudan, Nepal, e in molti altre aree del mondo, si sono impresse in modo indelebilenella nostra memoria, insieme alle storie di coraggio e disperazione di uomini, donne e bambini che hanno attraversato il Mediterraneo per chiedere protezione all’Unione Europea.

Sono 60 milioni i rifugiati e gli sfollati nel mondo, e molte di più, 130 milioni, le persone che necessitano di assistenza umanitaria nelle crisi che colpiscono l’intero pianeta. È a loro che è stato dedicato il primo vertice umanitario mondiale, che si è concluso ieri a Istanbul, convocato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, con oltre 5000 partecipanti da 177 paesi, tra rappresentanti dei governi, del sistema delle Nazioni Unite, delle agenzie umanitarie e della società civile.

L’impegno è quello di “immaginare un futuro diverso, non solo far sopravvivere le persone ma dar loro la chance di una vita dignitosa”, ha detto Ban Ki-moon, promuovendo l’Agenda per l’Umanità, un programma d’azione per riformare il sistema dell’aiuto umanitario.

C’è un aspetto in particolare, in tutte le crisi, che rischia continuamente di venire dimenticato: la violenza basata sul genere che colpisce sproporzionatamente donne e bambine, assumendo dimensioni inaudite negli scenari e di emergenza umanitaria, con percentuali che toccano fino al 70% della popolazione femminile.

Solo lo 0,5% degli aiuti umanitari vanno a sostenere interventi di contrasto di questo fenomeno. Un altro problema grave è la mancanza di servizi per la salute sessuale e riproduttiva, che provoca un grave incremento della mortalità materna, mentre crescono i casi di gravidanze indesiderate anche in seguito a stupri, e le malattie a trasmissione sessuale.

Anche quando scappano da zone di guerra e si rifugiano in campi profughi, poi, le donne sono lungi dall’essere al sicuro. Continuano infatti a subire violenze, che raramente sono denunciate, mentre in condizioni di vulnerabilità e mancanza di risorse aumentano drammaticamente i matrimoni infantili.

Penso alla storia di Nadia Murad, yazida sopravvissuta alla prigionia dell’Is e oggi rifugiata in Germania, che ho ricevuto in Senato nei giorni passati, e che ha testimoniato delle brutali violenze subite da innumerevoli donne del suo popolo, violate e costrette con la forza a contrarre matrimonio con i soldati del Califfato.

La giovane, nel corso di diversi incontri presso il Consiglio di Sicurezza e alle Nazioni Unite, al Parlamento europeo, all’House of Commons, e più recentemente presso le due camere del Parlamento italiano, ha chiesto che la comunità internazionale si adoperi affinché il massacro del popolo yazida, che si sta consumando al confine tra l'Iraq e la Siria, venga fermato, e riconosciuto come genocidio dalle leggi internazionali.

A questo proposito ho depositato in Senato una mozione firmata da tutti i capigruppo di maggioranza e opposizione e dai presidenti delle commissioni Affari esteri, Difesa e Diritti umani, per chiedere al governo, oltre che di promuovere nelle competenti sedi internazionali ogni iniziativa volta al formale riconoscimento del genocidio del popolo yazida, anche ad adoperarsi, d’intesa con gli altri paesi dell’Unione europea, nel quadro degli strumenti a disposizione della comunità internazionale in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite, per far cessare ogni violenza nei confronti del popolo yazida, e a realizzare corridoi umanitari per favorire l’arrivo di aiuti internazionali a sostegno della popolazione civile colpita dalle violenze, e a soccorrere le vittime, in particolare donne e bambini, attraverso specifiche iniziative di assistenza umanitaria e sanitaria.

Grazie all’azione propulsiva di UN Women, al summit di Istanbul una sessione è stata dedicata alle donne e alle ragazze, per accelerare il percorso verso l’eguaglianza di genere attraverso impegni concreti in termini politici e finanziari da parte dei governi e delle organizzazioni internazionali.

Gli obiettivi principali sono cinque: rafforzare la presenza di donne e ragazze come agenti di cambiamento nell’azione umanitaria; garantire accesso universale alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi, in accordo con la Piattaforma d’Azione di Pechino; mettere in atto un approccio globale di prevenzione e contrasto verso la violenza di genere in contesti di crisi; assicurare la capacità della programmazione umanitaria di rispondere efficacemente alle problematiche di genere; piena conformità con le politiche, gli accordi quadro, i documenti legalmente vincolanti sull’eguaglianza di genere, l’empowerment e i diritti delle donne.

Chiudere il gender gap nell’azione umanitaria e dare centralità all’obiettivo dell’eguaglianza di genere, in accordo con l’Agenda per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite è oggi essenziale se si vogliono dare risposte ai milioni di famiglie e individui in situazione di emergenza. Le donne e le ragazze hanno bisogno di interventi attenti ai loro bisogni e alle loro specifiche vulnerabilità, ma nelle crisi umanitarie possono agire anche da protagoniste nella costruzione della pace e della ripresa, nella protezione dell’ambiente e delle loro comunità, contribuendo ad attivare un ciclo positivo di stabilità e prosperità.

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