Il popolo e le riforme

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L’obiettivo del Pd dovrebbe essere quello di mostrare il nesso forte che lega fra loro le pratiche e le proposte di riforma e di prospettare, nel contempo, forme realizzabili di coinvolgimento degli individui nel dibattito pubblico

Di solito si trascura un fatto: la demagogia e i populismi si rivolgono a un “popolo” concepito come moltitudine passiva. Da tanti anni, ormai, i cittadini non si sentono coprotagonisti, insieme ai loro partiti e ai loro leader, degli eventi pubblici. Nella migliore delle ipotesi assumono il ruolo di “consumatori” di un’offerta politica più o meno varia e interessante, potendo dire “mi piace” sulla scheda elettorale o sul web. Ciò non favorisce un’assunzione piena di responsabilità da parte dei singoli e dei gruppi.

Paradossalmente, però, lo stesso “sistema dei partiti”, negli ultimi decenni di disincanto postideologico, chiedeva agli elettori una sorta di delega in bianco: si pensi al cosiddetto riformismo dall’alto, incarnato fra gli eredi del Pci proprio da Massimo D’Alema. Un riformismo senza coinvolgimento, anche emotivo, e senza popolo. “Rivoluzioni liberali” annunciate e mai vissute davvero da alcuno.  

Dinanzi a uno scenario del genere, lo spirito di partecipazione e le virtù civiche non potevano e non possono che arretrare. Se poi si congiunge il tutto con i fenomeni possenti della crisi mondiale, dei flussi migratori, dei mille risvolti della globalizzazione, si comprendono meglio scelte e tendenze elettorali.

L’obiettivo del Pd, dunque, dovrebbe essere quello di incarnare il “nuovo corso”, di mostrare il nesso forte che lega fra loro le pratiche e le proposte di riforma e di prospettare, nel contempo, forme realizzabili di coinvolgimento degli individui nel dibattito pubblico e, di conseguenza, di responsabilizzazione. Affinché la “libertà eguale” non resti una chimera.

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