Il pianto di Erdogan, sono lacrime di coccodrillo

Turchia
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Gli oltre seimila arrestati, la magistratura falcidiata, la pressoché certa reintroduzione della pena di morte vanno ben oltre il ristabilimento dell’ordine costituito

Il “Sultano” scoppia in lacrime ricordando il suo vecchio consigliere e il figlio 16enne assassinati dai golpisti. Ma quelle di Recep Tayyp Erdogan sono lacrime di coccodrillo. Perché sono ben altri i sentimenti e i propositi del presidente turco sfuggito a un golpe quanto meno improvvisato.

Quelle lacrime nascondono una feroce volontà di regolare i conti con tutto ciò che sa di opposizione: i golpisti gli hanno offerto un’occasione d’oro sul piatto, e il “Sultano” l’ha colta al volo. Non si tratta più di un contro-golpe. Gli oltre seimila arrestati, la magistratura falcidiata, la pressoché certa reintroduzione della pena di morte, vanno ben oltre il ristabilimento dell’ordine costituito. La grande purga turca rappresenta il compimento di un disegno che Erdogan ha coltivato da tempo e che ha perseguito con lucida, quanto cinica, determinazione.

La democrazia islamista, supportata dal voto popolare, si sta trasformando in un’autarchia nazionalista e fondamentalista, al cui comando non c’è un presidente ma un “Sultano” il cui potere va oltre quello, pur ampio, concessogli dalla Costituzione. Mai nella storia, pur segnata da quattro colpi di Stato militari, un uomo ha avuto nelle sue mani il potere che oggi Erdogan invoca. Neanche Ataturk, il padre della Turchia moderna, il generale che aveva in testa l’idea di un Paese pluralista, in politica come nel campo religioso.

Erdogan rispolvera i disegni di grandezza neo ottomani, sfida quell’Europa che pure lo ha riempito di miliardi, senza porgli alcun freno interno, perché divenisse il “Gendarme” delle frontiere esterne. Ed ora che i rapporti con l’America sono tornati ai ferri corti, ecco il “Sultano” tornare a guardare ad Est e riavvicinarsi all’ex nemico russo, Vladimir Putin.

Sono lacrime di coccodrillo, quelle versate da Recep Tayyp Erdogan. Ma di un coccodrillo pericoloso, perché “affamato” di potere e che sa di poter contare sulla debolezza e le divisione delle forze di opposizione, oltre che su un agguerrito, e fedelissimo, apparato di polizia, un vero e proprio esercito parallelo messo su dagli islamisti.

Aver reagito a un golpe non significa che il presidente turco abbia un assegno in bianco da incassare, che possa agire come vuole in un insaziabile desiderio di vendetta. Mentre chiudeva giornali indipendenti, metteva in galera centinaia di giornalisti, blogger, avvocati, attivisti dei diritti umani, mentre scatenava l’esercito contro le città curde del Sud del Paese, l’Europa, con rare eccezioni, si è voltata da un’altra parte, come se Erdogan fosse una sorta di “male minore”, da sostenere nonostante tutto. Così non può essere. La stabilità non è un valore in sé, un principio assoluto al quale piegare ogni diritto, umano, civile, politico.

La Turchia è un attore fondamentale per la stabilizzazione del Vicino Oriente. Questo è indubitabile. Ma ciò non può essere usato dal “Sultano di Ankara” come un’arma di ricatto verso l’Occidente, verso l’Europa. Perché il prezzo della stabilità non va fatto pagare al popolo turco, alle sue minoranze. Sostenere un presidente eletto dal popolo non significa appoggiare un autocrate che fa scempio di legalità. L’Europa ha già sbagliato una volta avallando le pretese di Erdogan. Ripetersi sarebbe esiziale. Per tutti.

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