Il pensiero estremo e le sue conseguenze: fanatismo religioso e terrorismo

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Dire che chi sgozza un infedele è fuori di testa, è sufficiente per liquidare la faccenda? Se lo domanda Gérald Bronner nel saggio La Pensée extreme

Ho un modem che non funziona. O meglio, funziona a tratti. In definitiva, quando decide lui. Se posso spedire una mail anche il giorno dopo, il modem non crea problemi. In caso di scadenze importanti, sul cofanetto si accendono solo quattro delle cinque spie. Così prendo il modem e lo scuoto. Colpi secchi e rabbiosi. E di solito funziona. Soddisfatta riprendo a navigare su internet, mentre penso a un falso contatto. Ho continuato a usare questo metodo per vari mesi, fino a che il modem non si è rotto. Dopo le dovute imprecazioni ne ho acquistato un altro, il modello più recente.

È che a volte l’eccesso di fiducia nei propri ragionamenti porta fuori strada. Ed ecco che la soluzione che funzionava alla grande – sbattere a più non posso l’apparecchio elettronico – si trasforma nel colpo di grazia definitivo. In negozio la signora mi ha fissato con uno sguardo scorato, ma ha avuto il buon gusto di evitare commenti. Non ha saputo dirmi cosa avesse il mio modem, ma è certo che strattonarlo con forza non ha aiutato. A casa mi sono chiesta: gli errori di valutazione sono il risultato di automatismi senza senso? E ancora: quante volte ci troviamo davanti a situazioni complesse che sviamo con ragionamenti capziosi? Deduzioni con cui la sfanghiamo per un po’, ma che a la lunga si profilano nella loro sorda chiarezza: false idee. Anche alle menti più agili capita di lasciarsi condizionare dal meccanicismo ingenuo. Perché da sempre, la complessità del reale si accompagna a vari generi di distorsioni cognitive. Per superare queste debolezze della mente, occorre fare un passo in avanti verso la logica. Anche se, in alcuni casi, la logica ordinaria neanche basta.

Prendiamo un tema attuale come quello del pensiero estremo. E delle sue possibili conseguenze: fanatismo religioso e terrorismo. Un tema dalle mille implicazioni. Cangiante come una stoffa di raso, dato che a seconda della prospettiva con cui lo si guarda vengono alla luce nuove sfumature. Dire che chi sgozza un infedele e si immola per la salvezza eterna è fuori di testa, è sufficiente per liquidare la faccenda?

Se lo domanda Gérald Bronner in un saggio del 2009 che con gli anni non ha perso il suo smalto, anzi. In La Pensée extreme (Il pensiero estremo; in Italia edito da Il Mulino) l’autore si chiede se gli estremisti sono matti; come si diventa estremisti; quali sono gli enigmi che questa distorsione del pensiero porta con sé. Secondo Bronner la disposizione mentale indispensabile per vivere in società è quella che ci fa intuire il punto di vista dell’altro. Mettersi nei suoi panni per comprenderne le ragioni e predirne le mosse. Se questa attitudine si incrina, tendiamo a pensare che un comportamento non ordinario sia animato da una forma di irrazionalità. In sintesi, diamo la colpa alla follia. Eppure cavarcela con la semplificazione non è una strategia sensata. Non lo è se l’obiettivo è quello di capire prima per poi permettersi un’azione. Dopo una lunga analisi in cui l’autore smonta l’equazione terrorista = squilibrato, un’analisi in cui ci si addentra in profondità per offrire un quadro più esaustivo del giudizio istintivo, si arriva alla domanda cruciale: come fare a combattere il pensiero estremo? Date le sue conseguenze, e cioè una forma di criminalità cieca e irrefrenabile, come è possibile venirne fuori? Quali sono gli strumenti per combattere tali credenze? Tanto assolute da risucchiare l’intera personalità di un individuo; e tanto convincenti da spingerlo a sacrificare la propria vita o abbatterne molte altre?

Il paradosso finale è inevitabile. Se ammettiamo che il primo passo per reclutare questo esercito della morte è la manipolazione del pensiero, vale anche la conclusione opposta. E cioè che far scomparire una credenza dalla mente di una persona è, anch’essa, una forma di indottrinamento. Ed ecco che la prima domanda ne lascia spazio a un’altra: il fine giustifica i mezzi? A questo punto, Bronner si mette in un angolo e lascia la parola a quelli che chiama i “difensori della democrazia”. Toccherà a loro capire fino a che punto spingersi per la sopravvivenza. Toccherà a noi tutti.

Il drammaturgo spagnolo Juan Majorga in una della sue pièce si arrovella sulla stessa questione. È lecito combattere il terrorismo con le sue stesse armi? I protagonisti di La pace perpetua, sono tre cani. Un commando formato dai migliori fra i peggiori amici degli uomini. Ad attendere i tre, un gioco al massacro: una serie di test che li porteranno alla prova finale. E al grande quesito. Violenza o diplomazia? L’utopia morale della “pace perpetua” ragionata da Kant. L’ipotesi di un mondo in cui la pace conviene, è possibile e doverosa. Una questione che attraversa i secoli senza mai risolversi. Ma se in teatro basta un buio improvviso per trovare la chiosa, fuori dal palco chissà. Combattere per la pace è il solo modo possibile di ottenerla? E può esistere un mondo senza guerra?

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