Il pellegrinaggio populista verso Atene

Dal giornale
Beppe Grillo arriva all'assemblea degli azionisti Eni, Roma, 13 maggio 2015.  ANSA/ETTORE FERRARI

Le alleanze inusuali a sostegno di Tsipras e del No al referendum greco

Il pellegrinaggio da Roma ad Atene per il prossimo fine settimana, annunciato con argomenti simili da esponenti politici di orientamento molto diverso, ripropone un tratto peculiare assunto dal conflitto politico per effetto della crisi economica in cui buona parte dei paesi europei si dibattono ormai con poche interruzioni dalla fine degli anni novanta. Grillo ci andrà osannando Tsipras perché “Sta dando l’ultima parola al popolo greco!” contro la “creditocrazia” che terrebbe in ostaggio i Paesi più deboli concedendo prestiti che si sa già non potranno essere restituiti … per poterli poi comprare a prezzi di saldo. Ci andranno, con la stessa speranza che vincano i No, politici che si collocano a sinistra del Pd. Renato Brunetta non ci andrà ma ha espresso aspettative identiche.

Non è un caso. La multiforme galassia del populismo anti-Euro è cresciuta all’ombra della crisi con parole d’ordine simili. Prevalentemente a sinistra in Grecia con Syryza, prevalentemente a destra in Francia con Marine Le Pen, giocando soprattutto sulla “rivolta anti-casta” in Italia con Grillo. Ma in tanti casi dando vita a inusuali alleanze che mescolano residui da internazionalismo anticapitalista, nazionalismo identitario, pregiudizi anti-immigrati. Sempre alimentando facili teorie del complotto e soluzioni miracolose che viaggiano a velocità stratosferica sulla rete, attraverso i social network, prive di qualsiasi controllo sulla loro plausibilità.

Peccato che le soluzioni semplici per paesi indebitati che non crescono non esistano. Servono riforme impegnative. La soluzione di ultima istanza pensata da Tsipras consiste nel passare il cerino a un elettorato già stremato e confuso. Che potrebbe votare Sì al referendum, avendo già voltato le spalle e il cuore all’Europa. Oppure potrebbe votare No, sperando che si riapra la strada per un accordo. Di mezzo a queste contraddizioni ci dovrebbe stare l’azione politica, nel senso più alto, un esercizio responsabile del mandato a governare, che nel frattempo è andato in congedo.

Grillo andrà ad Atene sperando di vedere la Grecia fuori dall’Euro, come prima tappa verso l’uscita anche dell’Italia.
Ma ora che, in fila davanti ai bancomat, hanno cominciato a visualizzare cosa vorrebbe dire il default e il ritorno alla dracma, non è detto che i greci guardino a questa prospettiva con la stessa irresponsabile leggerezza. Possono solo sperare che valga il principio contrario a quello che si dice valga di solito per le banche (too big to fail): che cioè la Grecia costituisca un problema troppo piccolo dal punto finanziario perché i falchi del rigore possano permettersi il lusso di farla fallire, solo per tener fede a una astratta teoria, al rischio di mandare in crisi tutto il sistema.

Altrimenti, la furbizie di alcuni loro predecessori, sommati all’azzardo di Tsipras e Varoufakis, rischiano di essere pagati pesantemente con un dramma che può piegare un’intera generazione, se si innesca la sindrome della rincorsa al prelievo dei depositi bancari, della drastica riduzione, in un modo o nell’altro, del valore dei patrimoni e del potere d’acquisto, della rinuncia generalizzata a versare le tasse e della definitiva impossibilità per il governo di onorare i creditori interni ed erogare stipendi.

A quel punto, la carovana dei sostenitori del No, dovrà spiegare come si concilia la gioiosa attesa per i risultati del referendum, interpretato come una coraggiosa sfida allo strapotere di banche e banchieri, con la contrarietà alle manovre restrittive di bilancio in Italia. Il Ministro Padoan ha assicurato che gli eventuali oneri gravanti sull’Italia sono già coperti e non dovrebbero avere un impatto sull’equilibrio dei conti pubblici. Sarebbero pur sempre decine di miliardi di euro sottratti ad altre possibili destinazioni. Per non parlare dei rischi dell’effetto contagio.

Ad essere onesto, sperando d’essere contraddetto dai fatti e confidando nella lucidità dell’elettorato, più che una festa della democrazia, il referendum greco a me pare l’ultimo stadio dell’illusionismo populista.

(foto Ansa)

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