Il peccato di Salvini

Dal giornale
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Dante, Salvini e la politichetta

Lo sa, certamente lo sa Matteo Salvini che i “gran peccatori”, come egli stesso si definisce, dovranno scontare una pena maggiore essendo più distanti da Dio. Più grave è l’errore compiuto, un “grande” errore, più dolorosa, implacabile è la sanzione che si dovrà scontare se si vorrà essere ammessi in Paradiso una volta lasciate le terre padane.

È interessante notare come, nella disputa con Monsignor Galantini, dipinto come un “vescovo comunista”, il segretario leghista, memore di un proficuo viaggio in Corea del Nord dove constatò l’esistenza di “senso di comunità splendido”, abbia provato a dare una sia pure approssimativa risposta sul “che fare” con gli immigrati che arrivano dall’inferno africano. Pare non dica più che bisogna respingerli in mare. Adesso propone di portarli con le navi nei porti e lì effettuare, dopo aver assunto un migliaio di persone, le pratiche per il riconoscimento o meno del diritto di asilo.

Deve aver lasciato il segno l’accusa bruciante del Papa anche su un “gran peccatore” che altre autorità della Chiesa classificano come un “piazzista” da quattro voti, insieme all’inedito compare di avventure Beppe Grillo. I cattolici pare che abbiano diritto di voto in Italia e l’uomo con le felpe si sarebbe accorto che di peccato in peccato si precipita nel girone più profondo rischiando di non salire più nella hit-parade del populismo. Attenzione: in paradiso si conquista un posto soltanto se ci si pente completamente, ce lo insegna Dante. L’accidia è sicuramente il fantasma di Salvini. Lo perseguita e gli ricorda che è peccato tra i più gravi il non far nulla per il prossimo. E il prossimo viene da terre vicine: lacero, affamato, con occhi grandi così che scrutano le luci di Lampedusa, isola di salvezza, dopo aver visto affogare i compagni di sventura come puntini nelle acque del Mediterraneo. Lampedusa e le altre, tantissime città della Sicilia e del Mezzogiorno accolgono, assistono, confortano e, certamente, pagano anche un prezzo alto senza esserne ricompensate.

Bisogna ovviamente pensare anche a questo aspetto quando si affronta la condizione delle regioni meridionali, incombenza non più rinviabile. Il “cattolico gran peccatore” però si ferma lì. Al pensiero fisso dei migranti che vanno riportati indietro. Ma dove? ha chiesto Galli della Loggia a Salvini, forse nei fronti di guerra e di fame, nei campi di tortura? Forse in Grecia, paese soverchiato da enormi problemi?

Certo, monsignor Galantino ne ha avuto anche nei confronti del governo giudicato “assente” sul tema immigrazione. Un giudizio poi ritirato. Ma cosa puoi imputare a uno Stato che pressoché da solo affronta da mesi e mesi un fenomeno epocale? Di assenti ce ne sono tanti. Sono i governi europei che, in seno al Consiglio Ue, non hanno avuto la sensibilità e il coraggio politico di affrontare in maniera solidale, secondo il principio fondante della comunità, un tema che non ammette né indifferenza né impraticabili soluzioni di forza. Il condottiero felpato, a sua volta, si ricordi che il suo posto negli Inferi si collocherebbe più o meno nel settimo cerchio dove i violenti contro il prossimo sono condannati a tuffarsi nel Flagentonte, fiume di sangue bollente. Oppure, bene che gli possa andare, nel girone degli accidiosi destinati a rimanere sommersi nella palude e della loro presenza si saprà solo grazie al gorgoglio della superficie. Sono, queste, le immagini terribili fornite da Dante. Ma la “politichetta” (parole de l’Avvenire) del segretario leghista, una volta ripulita dalla propaganda e dalle farneticazioni, cosa sarà? Un programma vuoto, parole al vento, inconcludenza politica.

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