Il Pd sappia essere comunità, il referendum è un’occasione irripetibile

Referendum
Alcuni membri del comitato del si al referendum consegnano le firme in Cassazione a Roma, 14 luglio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

L’iniziativa del Pd dovrà essere capace di coinvolgere tutti coloro che vogliono fare qualcosa per confermare la riforma costituzionale e dare all’Italia finalmente un sistema istituzionale migliore

L’Assemblea Nazionale di sabato scorso ha dimostrato che il Pd, quando vuole, sa essere una moderna forza progressista, capace di interrogarsi sulle grandi questioni internazionali, perfettamente consapevole del ruolo che può e deve svolgere nell’ambito della famiglia socialista e democratica in Europa per poter cercare insieme risposte convincenti e credibili alle paure e alle insicurezze dei nostri cittadini, per poter ingaggiare con la destra e con le forze populiste una competizione vincente sui problemi reali delle nostre società oggi. Abbiamo dimostrato in altre parole di essere un partito vero, con un leader che oggi ricopre anche l’incarico di Presidente del Consiglio, e con un gruppo dirigente che – senza negare le sue molte sensibilità – contribuisce a sostenere il governo nella sua azione in Europa e nel mondo. Un partito che sa, se vuole, essere comunità, luogo di incontro di persone che pur con idee diverse sanno trovare le ragioni dell’unità per affrontare le sfide enormi che la sinistra ha oggi davanti a sé.

Bene, si sta avvicinando il momento in cui il Pd dovrà dimostrare di saper fare altrettanto nella vicenda interna, sulle politiche economiche e sociali e sulle riforme istituzionali che il Governo e il Parlamento hanno approvato in questi ultimi anni. Il referendum sulla revisione costituzionale in particolare può essere una grande occasione per sperimentare concretamente l’idea di una comunità politica che riesce a tenere insieme leadership e pluralismo, che sa far prevalere il ruolo di forza nazionale responsabile rispetto alle spinte centrifughe e ai personalismi deteriori. Si può fare? Si può fare, a mio avviso, a due condizioni.
La prima riguarda l’atteggiamento dei principali esponenti delle minoranze interne sulla riforma. Non credo proprio che il Pd possa avere una sorta di neutralità, nelle Feste de L’Unita’ così come nei talk show televisivi, su un tema così cruciale come il futuro assetto istituzionale del Paese. Siamo stati protagonisti della revisione costituzionale, il superamento del bicameralismo paritario è un obiettivo del centrosinistra da sempre, abbiamo fatto molte mediazioni per trovare il massimo di condivisione al nostro interno e con le altre forze politiche in parlamento. Ora credo ci siano tutte le condizioni per valorizzare, tutti insieme, quel testo. Tanto più che il dibattito sulla legge elettorale, che molti di noi ritengono non senza ragioni una buona legge e che invece altri ritengono necessario modificare, si è avviato senza anatemi e con un atteggiamento di apertura politica da parte della segreteria del nostro partito. Mi auguro che questo clima possa portare rapidamente Cuperlo, Speranza, Bersani a dire che sono pronti a lavorare per il Sì senza ambiguità, con i loro argomenti ma senza sovrapporre piani che sono oggettivamente distinti.

L’altra condizione riguarda il modo in cui la maggioranza del Pd organizzerà la campagna per il Sì. Personalmente ritengo che serva una campagna inclusiva, che metta al lavoro tutte le energie che il Pd sul territorio esprime. I comitati per il Sì che si stanno costituendo non possono e non devono coincidere con il nostro partito, è perfino ovvio ricordarcelo. Più persone si mobiliteranno, più esperienze civiche si metteranno in gioco, più si attiveranno organizzazioni professionali, associazioni sociali meglio sarà per le ragioni del Sì. Ma l’iniziativa del Pd dovrà essere capace di coinvolgere tutti coloro che vogliono fare qualcosa per confermare la riforma costituzionale e dare all’Italia finalmente un sistema istituzionale migliore, più stabile, capace di coniugare rappresentanza e decisione. Banalizzo e faccio un esempio rozzo: come lo organizziamo il “casa per casa”? Solo con i vecchi militanti? Solo con i giovani emergenti? Oppure con tutti, sapendo che, dopo aver suonato il campanello, dietro la porta ci troviamo il pensionato che ha bisogno di parlare con un dirigente locale che conosce da anni ma magari anche il giovane universitario che ha voglia di vedere facce nuove? Non è stato forse necessario “richiamare in servizio” alcuni “riservisti” quando abbiamo dovuto dare una svolta decisiva alla raccolta delle firme?

Mi preme essere chiara su questo perché la spinta delle primarie, l’entusiasmo che abbiamo visto in alcune scadenze passate, questa volta non sono scontati e sarebbe un errore grave non chiamare a raccolta tutte le forze disponibili, andando oltre le dinamiche interne al nostro partito che spesso scoraggiano e allontanano vecchi e nuovi simpatizzanti. Le tecniche della comunicazione politica – anche le più innovative e raffinate – ci dicono che dobbiamo raggiungere gli indecisi, e per questo il contatto diretto e personale è essenziale. I tifosi del No, ma per altri aspetti anche i tifosi del Sì, non hanno bisogno di essere convinti… E per parlare con gli indecisi dobbiamo usare tutti gli strumenti e tutti i linguaggi, essere pronti sui contenuti della riforma, saper ascoltare dubbi e rispondere a domande anche su altri aspetti delle nostre politiche. Proprio per questo – per l’importanza della posta in gioco e per la necessità di un’iniziativa capillare che è a tutti gli effetti una campagna elettorale – possiamo far diventare il referendum il banco di prova per un Pd che sperimenta, sul piano politico e su quello organizzativo, il suo “essere comunità”.

Vedi anche

Altri articoli