Il Pd romano modello curva sud

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Il Pd nella Capitale ricorda il Pci e la Dc. Come loro parla troppe lingue diverse

Entra definitivamente in crisi, assieme al governo di Ignazio Marino, anche un certo modo di essere del Pd romano. Le stesse convulsioni di queste ore si devono in parte non piccola alle turbolenze e alle divisioni che da anni dominano i democratici della Capitale, come dimostra il fatto che alla determinazione dei gruppi dirigenti circa la necessità di voltare pagina rispetto ad un sindaco discusso e con risultati – come dire – non eccezionali non sia seguita subito la stessa convinzione in tutto il gruppo consiliare espressione, appunto, del partito romano.

Eccoci qui, dunque, davanti a un Pd che nella Capitale parla troppe lingue diverse, che segue troppe linee diverse, che ha troppi leader e leaderini diversi. Storia vecchia. Che viene da lontano, anzi, da lontanissimo. Il Pds era diviso, la Margherita era divisa, a Roma. Addirittura il Pci era diviso, la Dc era divisa, a Roma. Una sindrome, quella della divisione in fazioni, che probabilmente ha qualcosa a che fare con il carattere dei romani, con la loro tendenza a fare clan, gruppo, curva nord e curva sud, e che si alimenta di una loro caratteristica inclinazione alla partigianeria quando non alla rissosità. Sia come sia, il Pd, nato proprio per creare il famoso amalgama fra scuole riformiste diverse, a Roma da questo punto di vista ha abbastanza fallito. Ma non nel senso di non aver superato le diffidenze fra Ds e Margherita et similia, ma per non aver saputo smetterla con le lotte di fazione, spesso e volentieri legate ai destini personali di questo o di quello. Sappiamo che la radice della questione morale sta qui. Nelle cordate. Nella commistione fra queste e le bande che a Roma hanno spadroneggiato per anni.

Persino quando l’outsider Marino vinse le primarie, divenne subito la bandiera di certe correnti contro altre correnti: e Marino stesso, che è meno impolitico di quanto si creda, ha giocato su queste divisioni, anche in queste ore cruciali, cercando l’appoggio di un pezzo di Pd contro altri pezzi di Pd. Così non funziona, non può funzionare. Ma finora non c’è stato niente da fare. Il Rapporto di Fabrizio Barca è stato presto chiuso nel cassetto della sociologia politica, forse anche perché venne concepito più come materiale di studio che come documento politicamente impegnativo. Il commissariamento del Pd di Roma da parte di Matteo Orfini si è rivelato un’operazione faticosissima, anche perché si è subito intrecciata con una meritoria ma dura azione di pulizia (vedi Ostia), e dunque verosimilmente bisognosa di tempi medio-lunghi. E infine l’azione di governo, come si vede, non ha certo agevolato la costruzione di un’identità e di una presenza nuove del partito.

A Roma più che altrove le domande su cosa debba fare un moderno partito di massa, su come debba organizzarsi sul territorio, al tempo degli smartphone, un organismo collettivo di migliaia di persone, su quale tipo di vita democratica e di dialettica interna debba darsi, sono attualissime. Nessuno ha le risposte. Sarà bene discuterne. E presto. Così come c’è una questione grossa che si chiama primarie. Con il senno di poi, quelle che diedero la vittoria a Marino non saranno ricordate per lungimiranza politica, visti i risultati. E dunque? Come coniugare l’autonomia del Pd con una competizione libera e aperta? E soprattutto come impedire che una volta decisa una linea o un candidato-sindaco questi non vengano messa in discussione dal giorno dopo da una corrente? E come costruire l’unità attorno al gruppo dirigente e al suo leader? Le risposte le devono dare Renzi, Orfini e gli altri dirigenti, certo. Ma soprattutto i militanti. In ogni caso è evidente che sono i fatti, adesso, ad imporre una svolta nella vita del partito romano. Solo la fine di un modello basato sui personalismi, sulle fazioni, sulle cordate, sulle lotte di corrente potrà consentire al Pd di entrare meglio in sintonia con la città e restare competitivo per il governo della Capitale. Il modello curva sud va archiviato.

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