Il Pd, Renzi e Togliatti

Pd
Roberto Speranza all'incontro organizzato dall'area riformista della minoranza Pd sul tema 'La sfida dei riformisti, il Governo, l'Italia,Bologna 14 marzo 2015.ANSA/GIORGIO BENVENUTI

La capacità di questo PD di superare i confini elettorali tradizionali è stato insieme il patrimonio e il limite della sinistra italiana nel ventennio berlusconiano

“Allargate quindi sempre più le file del Partito Comunista: accogliete in esso non solo coloro che hanno una legittima rivendicazione economica da soddisfare, ma coloro che vogliono soddisfare l’aspirazione ideale a un rinnovamento di tutta la nostra vita”. Sono le parole con cui quasi settant’anni fa, nel settembre 1946, Palmiro Togliatti concludeva a Reggio Emilia il celeberrimo discorso che sarebbe poi stato ricordato come “Ceto medio ed Emilia Rossa”. Sono sicuro che Roberto Speranza abbia una solida familiarità con il togliattismo. Eppure la sua aspirazione a costruire l’alternativa a Renzi sulla base di una rappresentazione “geneticamente pura” del Pd appare persino più arretrata del “partito nuovo” che Togliatti promosse dopo la Seconda guerra mondiale, quando aprì il Pci a tutti coloro che non sarebbero mai stati accolti nell’organizzazione di impianto leninista e classista dove militavano solo rivoluzionari di professione.

Al di là dei paradossi storici, chi sostiene come Speranza che “il Pd deve essere il partito che certi voti non li vuole” sembra leggere il destino del Partito democratico in chiave minoritaria e tutta la politica italiana in luce esclusivamente identitaria. Come se il confronto politico nel nostro paese fosse soltanto tra identità fisse e immobili, tra elettorati ben trincerati nei rispettivi insediamenti e destinati a non essere mai messi in discussione né tantomeno conquistati da un’offerta politica competitiva.

Qui Verdini c’entra davvero poco. Perché il tema al fondo di questa critica non è tanto lo spauracchio di un ceto politico che è e rimane estraneo al Pd, oggi e domani, quanto piuttosto la capacità di questo Pd di superare i confini elettorali tradizionali che sono stati insieme il patrimonio e il limite della sinistra italiana nel ventennio berlusconiano. Nel 2013, come sappiamo, è successo qualcosa di fondamentale nella geografia politica italiana: se dal 1994 gli spostamenti interni ai blocchi di consenso erano stati limitati e marginali, due anni fa l’intera architettura elettorale ha conosciuto un rimescolamento profondo dentro il quale la svolta riformista impressa da Renzi ha poi permesso al Pd di conquistare elettori che fino a poco prima non avrebbero mai guardato da questa parte del quadro politico.

Davvero c’è chi ritiene, come sembra emergere dalle parole di Speranza e dei suoi sostenitori, che l’allargamento della base elettorale del Pd grazie a politiche capaci di sbloccare l’Italia sia un fenomeno negativo da contrastare con l’esibizione di una “purezza identitaria” di sapore pre-novecentesco? C’è forse un qualsiasi grande partito della sinistra europea, tra quelli a cui pure dovrebbero guardare i colleghi della sinistra Pd, che ha mai concepito la propria vocazione in termini immobili e identitari rifiutando elettori e consensi provenienti dal campo avverso?

L’intenzione di costruire un’alternativa al renzismo, quale quella che Roberto Speranza annuncia, è non solo legittima ma assolutamente meritoria. Un partito politico vero e vitale, com’è il Pd, ha bisogno di un confronto autentico tra visioni politiche e rappresentazioni del paese. Di più, nella stagione storica in cui i partiti possono essere finalmente ricostruiti, è tutta la politica italiana ad avere bisogno di un confronto per l’egemonia culturale dentro e fuori le organizzazioni di partito. Evitando magari “le super-pillole teoriche di un tempo”, come ha scritto efficacemente Giuliano Da Empoli sul Foglio di venerdì scorso presentando l’associazione Volta e le iniziative con cui si propone di contribuire a questa stagione, ma in ogni caso rendendo evidente il filo lungo il quale si vuole accompagnare la propria azione pubblica.

In questi due anni di governo, e prima ancora lungo il percorso con il quale ha preparato la conquista della segreteria Pd, Matteo Renzi ha certamente fornito un’idea del paese e delle politiche con cui il Pd intende cambiarlo.

Quali sono le idee con le quali Speranza intende costruire la propria candidatura alternativa alla guida del Pd?

Per ora nelle sue parole si legge soprattutto la nostalgia di una “vocazione minoritaria” che questo Partito democratico al governo di questa Italia si è finalmente lasciato alle spalle, insieme alla tenacia con cui si dipinge Renzi come una sorta di leader abusivo seduto con astuzia su una poltrona non sua. Ma ci sarà certamente tempo per elaborare e proporre altre idee. E anche per fare i conti, come sarebbe auspicabile, con il percorso e le ragioni che hanno condotto Renzi alla segreteria e dunque anche con gli errori e le responsabilità di chi era al suo posto negli anni passati.

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