Il Pd non litiga? Non c’è notizia

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L’assemblea nazionale di sabato scorso ha avuto scarsa eco sui giornali. Verrebbe da dire che se il Pd non si mostra litigioso e alle prese con le consuete convulsioni interne non “buca”

L’assemblea nazionale di sabato scorso ha avuto scarsa eco sui giornali. Verrebbe da dire che se il Pd non si mostra litigioso e alle prese con le consuete convulsioni interne non “buca”. Poco male, da un certo punto di vista. Nel senso che sappiamo molto bene che ad essere stufi di questa “narrazione” sono, prima di tutti, i nostri militanti ed elettori. Molto male da un altro punto di vista. Penso sinceramente che l’assemblea di sabato sia stata molto significativa e altrettanto importante. Non solo per noi del Pd. Va a merito del segretario del partito aver individuato e posto al centro della nostra analisi “la” questione politica di questo tempo e di quanti sono intervenuti di aver compreso e articolato una riflessione collettiva di indubbio rilievo: che questo evento, forse sfuggito, non sia stato rilanciato da osservatori e commentatori nel dibattito pubblico (almeno non ancora) spiace.

Qual è dunque “la” questione politica su cui Renzi ha richiamato l’attenzione del partito? In due parole: l’irruzione della paura nel nostro modo di vivere e pensare/pensarci. Sbaglia chi interpreta la discussione in assemblea come una sorta di scambio seminariale sulla geopolitica o sulle relazioni internazionali alla luce dei fatti nuovi, e drammatici, dell’ultimo anno. Non si è trattato di questo né, tantomeno, un mettere in fila eventi tragici (gli attentati terroristici rivendicati dall’Isis, la mattanza nel Mediterraneo dei profughi in fuga da guerre e violenze, la mai sopita tensione mediorientale a cui si è aggiunto il tentato golpe in Turchia con quanto si trascina dietro), atti istituzionali a dir poco scioccanti (il successo dei contrari alla permanenza in Ue nel referendum in Gran Bretagna lo scorso giugno) e i nuovi fantasmi recessivi che aleggiano sulla scena internazionale, il tutto per costruire una sorta di “piattaforma rivendicativa” con Bruxelles in prospettiva della prossima manovra di bilancio.

Tutto questo ed altro ancora, penso ai preoccupati rimandi ai capisaldi della rotta di Donald Trump come espressi nel discorso alla Convention del Gop a Cleveland, ha fatto parte della relazione del segretario e di gran parte degli interventi ma con un altro obiettivo: richiamare noi stessi e l’intero panorama delle forze progressiste e democratiche europee sul cambio di paradigma in atto nelle nostre società indotto dal travolgente dilagare della paura.

Che gonfia le vele dei nazionalismi, che esalta gli egoismi generazionali, di classe e territoriali, che accorcia nel tempo e nello spazio la visione delle classi dirigenti, che induce i popoli a privilegiare ciò che divide rispetto a ciò che unisce, che genera spaesamento e ricerca di sicurezza in un passato elevato a mito a età dell’oro, che in ultima analisi porta a innalzare i muri e ad affondare i ponti. Le nostre società rischiano seriamente di replicare il modello di questi castelli medievali dove la paura del nemico alle porte convinceva il signore ad alzare il ponte levatoio ma così non c’era più produzione né commercio, né giungevano notizie che potessero mutare l’opinione dei nobili e la gente moriva, a cominciare dia più deboli, dai più poveri, dagli ultimi.

Ecco dove porta la paura. Prima o poi. Dipende solo da quanto è grande il castello. Ma, se questo è, stare a guardare non si può né si deve. Né aspettare che siano altri a togliere le castagne dal fuoco, magari con la Clinton che batte Trump alle prossime presidenziali Usa, perché se accadesse, come speriamo, il vento oscuro che soffia possente sulle nostre società non cesserebbe di colpo. Questo è quanto intende fare il Partito democratico, chiamando l’Europa ad uno sforzo straordinario ed unitario sulla sicurezza che è stato trascurato per troppi anni. C’è un vasto lavoro da compiere sui pilastri del pensiero dominante negli ultimi decenni. In profondità.

Leggevo qualche tempo fa che, nella prefazione alla sua “Teoria generale” del 1936, Keynes annota che proprio la storia della sua composizione testimonia . A me pare che oggi ci troviamo proprio in questa condizione. Non è facile liberare la mente da teorie e ricette sulla prevalenza del mercato sempre e comunque, sul dogma del rigorismo finanziario e sul postulato del superamento del welfare state. Forse solo oggi possiamo misurare quanto fosse dannoso pensare, alla fine degli anni ottanta, che “la storia era finita”. Ormai più di cinquanta anni fa, Palo VI, rendeva pubblica una delle encicliche più importanti della storia della Chiesa, la “Populorum progressio” dove, già dalle prime righe invita a considerare che . La centralità della persona, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali – come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione – mi sembra un solidissimo punto di partenza per ribaltare il paradigma dominante e impedire il “regno della paura”. Se non è il compito proprio delle forze democratiche e progressiste di chi altro può esserlo?

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