Il Pd, le primarie e le nostre città

Primarie
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È strumentale gridare allo scandalo per il modo in cui il Pd sceglie i suoi candidati con le primarie

Vedo bene quanto di strumentale c’è in un certo gridare allo scandalo per il modo come il Pd sceglie i suoi candidati alle cariche pubbliche attraverso le primarie. Ma uno scandalo c’è e sta nel degrado della politica. Se non partiamo da qui, non andiamo da nessuna parte. Difendiamo pure le “primarie” perché dopotutto nella stragrande maggioranza dei casi sono esperienze utili e pulite. Ma c’è, in effetti qualcosa che non va nelle primarie. Il fatto è che esse non possono sostituire un Partito. È questa la questione vera che viene finalmente in luce e che io voglio discutere. Il partito. Ma non scherziamo. Un partito non è un sondaggio, una comparsata in televisione, una opinione. Come mi hanno insegnato i vecchi Capi del Pci “i partiti non si inventano”. Essi non sono sette, fazioni, avventure personali, ma a una condizione. In quanto essi svolgano una “funzione nazionale”. Se cioè servono in qualche modo non solo ai propri iscritti ma al Paese. Insomma, se “fanno storia”. Se quindi formano una comunità, tenuta insieme da un progetto, da valori, da ideali. Se, quindi, creano un popolo. Non spettatori passivi ma un popolo.

Ecco. Sta qui il dramma di Roma. Roma non ha da tempo quello che io chiamo un Partito, un “partito romano”, intendendo con questo nome una forza che organizza le sue straordinarie risorse ed esalta il suo immenso patrimonio antico e moderno. Mi spiego meglio. Chi scrive vive a Roma da quasi un secolo. Ho studiato al famoso liceo Tasso. Ho percorso le strade di Roma sotto il coprifuoco tedesco, da giovanissimo gappista, passando di rifugio in rifugio. Sono stato non solo consigliere comunale, ma anche candidato a sindaco. Persi le elezioni perché i socialisti si allearono con i democristiani. Ho visto come i Natoli, i D’Onofrio, i Petroselli, i Bufalini hanno trasformato la «plebbe de Roma» (quella di G. Giacchino Belli) in un popolo forte, di sinistra, democratico che ha conquistato il Campidoglio. E non parlo degli anni in cui Roma, con il suo cinema, e i suoi artisti, (cito solo Moravia, Guttuso, Pasolini) ha parlato al mondo come centro della cultura europea moderna. A Roma si veniva, anche dall’America.

Perché dico questo? Perché non è caduto dal cielo il degrado di Roma. Non accuso nessuno. Dico che nessun tribunale può porre rimedio alla corruzione se continua questo degrado della politica, se il Pd non riesce a governare i processo reali, e al tempo stesso se non è l’organizzatore di una più alta consapevolezza del compito che spetta a questa città per fronteggiare le nuove sfide del mondo. Roma non è una piccola cosa. Non è una pratica fastidiosa che il segretario del Pd – come è accaduto – affida a un qualsiasi “commissario”. Non si tratta solo di riempire le buche e riorganizzare il traffico (basta un bravo prefetto). Si tratta di altro. Roma è forse la risorsa maggiore che ha l’Italia, nel senso che l’esistenza di una cosa così straordinaria come Roma fa di questo Paese una realtà che parla ancora al mondo. È la città dove hanno vissuto Giulio Cesare e Cicerone. È qui che è stato creato il diritto, la legge, la grande politica, il come si governa un mondo di genti diverse. Roma è anche una idea d’Europa diversa da quella germanica, è il simbolo dell’inseparabile legame dell’Europa col Mediterraneo. Esagero? Si pensi a cosa conterebbe la Francia senza Parigi oppure l’Inghilterra senza Londra. Ecco perché poca gente è andata a votare. Io sono andato, ma – lo confesso – a fatica vedendo come sono stati scelti i candidati. E aggiungo che un discorso analogo vale per Napoli. Napoli non è la camorra. E io avrei votato per Bassolino non solo perché è un vecchio amico, ma perché più di altri è capace di pensare Napoli non come una palla al piede ma come parte integrante della prospettiva generali del Paese.

La ragione per cui io parlo così dovrebbe essere chiara. Se credo nel partito democratico è perché – nonostante tutto – esso mi sembra ancora l’idea che può tenere insieme le essenziali forze democratiche del paese. E questi pensieri io li rivolgo anche alla minoranza perché spetta ad essa vivere questo partito come una Comunità in cui si discute liberamente ma dove le responsabilità che si assumono sono comuni. Una comunità non può dividersi tra fedelissimi e “gufi”.

Un partito è un grande partito se è il luogo dove il gruppo dirigente viene riconosciuto come tale perché dirige, e dirige anche a nome di chi su molte cose dissente. Non si è dirigente ripetendo come un pappagallo le parole del Capo. Stiamo attenti. L’Italia ha bisogno di un nuovo patto civile e sociale. La lotta di tutti contro tutti è micidiale, ed è roba vecchia, il riformismo non esiste se non si crea un nuovo tessuto sociale. Il compito di un gruppo dirigente non è solo “comandare” ma rinnovare le speranze e spingere verso un nuovo protagonismo delle masse popolari. Solo così si può rispondere alla crisi della democrazia, e quindi della politica, intendendo per politica non solo l’assunzione delle responsabilità di governo ma lo strumento che associando gli uomini tra loro offre ad essi la libertà di scegliere e di decidere sulla loro vita.

 

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