Il Pd ha sbagliato anche a Milano (nonostante Sala)

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Giuseppe Sala durante la presentazione dei candidati e delle candidate della lista del Partito Democratico, Milano, 14 maggio 2016.  ANSA/STEFANO PORTA

Né le candidature, né il profilo politico hanno consentito quel radicamento e quell’allargamento agli elettori moderati necessari a parlare di un vero successo

“A Milano si vince perché il centrosinistra è rimasto coeso e perché ha saputo dare una prospettiva più chiara alla città”: recita così l’attacco del diario di bordo firmato dalla segreteria metropolitana del Pd milanese. Certo, alla luce dell’esito delle amministrative sul territorio nazionale, quello in città appare un dato consolatorio: se Renzi avesse perso Milano, oggi il Pd non starebbe discutendo di come rafforzare la segreteria politica, ma sarebbe la leadership stessa del segretario-premier in discussione, al netto di tatticismi vari che pure abbiamo letto nei giorni scorsi.

Tuttavia è bene non nascondersi che le maggiori insidie per Renzi oggi risiedono proprio in quell’affermazione condivisa dalla segreteria milanese senza alcun battito di ciglia. Vediamo perché.

Il Pd a Milano non solo non raggiunge la soglia del 32% pronosticata da Sergio Scalpelli all’alba della composizione delle liste, quando sembrava ancora possibile presentarsi agli elettori con un profilo politico largo e realmente inclusivo, ma si attesta sotto la percentuale delle politiche 2013 (ricordiamo anche che il simbolo del Pd si presentava col nome del candidato sindaco). Il Pd a Milano perde cinque zone per via del combinato disposto di una legge sui municipi penalizzante e voluta, nella mediazione finale con il centrodestra, da quegli stessi che fin da subito si sono proclamati contrari all’Italicum. Certo mi si potrebbe obiettare che è riduttivo assegnare ad una legge elettorale la responsabilità di un voto popolare, infatti registro subito che ora i presidenti dei municipi hanno una forte investitura popolare e solo gli illusi possono pensare che non verrà esercitata da subito. Sulla giunta. Oltrepassando il consiglio. Non giriamoci intorno, il Pd nei municipi ha sbagliato le candidature (a partire dalla zona 2) segno più evidente che quella considerazione iniziale non è così felice.

Ancora, pure sulla selezione dei consiglieri comunali il Pd non ha programmato a dovere un lavoro capace di guardare al futuro: mi riferisco tanto alla composizione della lista, quanto alla distribuzione delle preferenze. Al netto del voto al capolista ovviamente dovuto, dei cattolici capacissimi di centrare l’obiettivo collettivo chiaro, sebbene non corrispondente al voto per i municipi, e al netto delle preferenze di Carmela Rozza (finalmente si affronta il tema sicurezza senza ipocrisie) che ha un proprio elettorato unico ad esser da anni sottratto all’egemonia leghista e di destra, il Pd ha lavorato esclusivamente per garantire la performance di Maran (finalmente un politico all’urbanistica) senza curarsi di quale composizione avrebbe avuto il prossimo consiglio.

Ci si può certamente cullare sugli allori, ma significherebbe non avere consapevolezza dell’importanza delle prossime sfide: referendum costituzionale ed elezioni regionali.  Lo stesso accordo con i radicali è arrivato, certo, ma al secondo turno. Gli ex montiani che fanno capo ad Enrico Zanetti non sono stato coinvolti come sarebbe stato necessario fare alla luce dei risultati, ma più ancora del futuro già delle prossime settimane.

Se dovessi riportare queste riflessioni in un dibattito di organismi di partito potrei sintetizzare così: il Pd milanese non ha vinto, se mai non ha perso.

Risulta difficile capire come coloro che teorizzano ancora oggi lo schema della campagna elettorale, possano essere gli stessi capaci di vincere il referendum sul Sì alla riforma costituzionale. È difficile per ragioni politiche: perché gli elettori moderati che hanno scelto Parisi dovrebbero fidarsi sul referendum di chi non riconosce che il modello Milano sta proprio nel profilo degli sfidanti al ballottaggio? Perché l’elettorato di CL, che ha eletto bene i suoi facendo esattamente quel lavoro di organizzazione rivolto al futuro (e in questo la generosità politica di Lupi somiglia molto a quella di Fiano nella fase delle primarie), dovrebbe fidarsi di chi ha avuto paura di scegliere Massimo Ferlini a capo non della propria lista, ma solo di una alleata? Perché dovrebbero fidarsi quegli stessi elettori rimasti federalisti che non hanno mai smesso di sostenere la Camera delle Regioni pure nella chiave di passaggio utile per la costruzione dell’Europa dei popoli?

Il punto non è che se allarghi al centro non sei più di sinistra, ma come dice Lorenzo Guerini: “Quando si ha il coraggio delle proprie convinzioni non si ha paura a parlare con tutti, è quando vacillano queste convinzioni che ci si chiude nel recinto”. Il Pd milanese deve trovare il coraggio di essere quello che è, altrimenti ne pagherà il prezzo l’intero partito nazionale e a nulla sarà valso il voto di queste amministrative.

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