Il Pd guidato da Renzi è protagonista, non un intruso nella sinistra

Pd
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al Tempio di Adriano per presentare il libro di Massimo D'Alema (S) "Non solo euro", Roma, 18 marzo 2014. 
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

D’Alema e Mauro continuano a considerare il premier come un usurpatore della storia dei progressisti. In realtà, proprio lui sta cercando una risposta alla crisi dei partiti

Vorrei provare a collegare tre fatti accaduti ieri: l’editoriale di Ezio Mauro su la Repubblica, la partecipazione di Massimo D’Alema a “Otto e mezzo”, la diretta #matteorisponde con cui Matteo Renzi ha affrontato sui social media un confronto con gli elettori seguito da circa un milione di cittadini.

Comincio dall’interessante riflessione di Mauro sull’attuale condizione delle forze riformiste in Europa. Giustamente nell’articolo si segnala la difficoltà della tradizione politica progressista in Europa (ma forse le primarie Usa dovrebbero dirci che il tema è più ampio) a tornare protagonista nell’azione di governo e a dare risposte convincenti alle sfide che la crisi finanziaria, economica e sociale di questi anni hanno reso urgenti, e sulle quali le forze populiste vedono crescere il loro spazio e consenso. Premesso che condivido totalmente le conclusioni del ragionamento di Mauro, quando ci invita ad “annaffiare la rosa riformista”, mi ha molto stupito che il Pd non sia mai citato.

Eppure noi oggi siamo a tutti gli effetti parte della famiglia dei Socialisti e Democratici in Europa e il Pd al governo – a differenza, ad esempio, dei socialdemocratici tedeschi o dei socialisti olandesi – esprime il presidente del Consiglio e la maggioranza schiacciante della coalizione. Non solo. A me capita spesso di partecipare a riunioni con gli altri partiti progressisti europei (a febbraio abbiamo ospitato a Roma una conferenza dei leader parlamentari del Pse e lo scorso sabato un seminario di Policy Network, solo per citare i due appuntamenti più recenti) nelle quali, interrogandoci su come innovare e rilanciare una piattaforma comune sui temi economici e sociali capace di cogliere le paure e le domande di sicurezza e di nuove opportunità che serpeggiano nei nostri paesi, a noi del Pd viene riconosciuto un ruolo di primissimo piano e per molti aspetti una leadership. Per tre ragioni di fondo: per essere stati capaci di dare vita ad una forza di centrosinistra, andando oltre le tradizionali radici socialiste e socialdemocratiche ma rimanendo fortemente ancorati al campo progressista; per aver impostato con il governo Renzi un programma di riforme molto ambiziose che stiamo rapidamente realizzando; per aver ottenuto una grande affermazione elettorale alle ultime europee ed essere ancora oggi accreditati di un largo consenso.

D’altra parte Hollande in Francia sta discutendo una riforma del lavoro simile alla nostra, sulla lotta all’austerità e sulle proposte per rilanciare la crescita siamo un punto di riferimento, sull’immigrazione ci riconoscono di aver per primi colto la dimensione strutturale del fenomeno e la necessità di un approccio europeo, in tanti studiano con interesse la nostra riforma costituzionale ed elettorale…

Insomma non vorrei che Mauro avesse omesso di citare il Pd ritenendo che Renzi sia un intruso nel campo riformista europeo. I fatti smentiscono questo assunto e anzi ci dicono che, seppure in un contesto molto difficile, noi siamo tra coloro che possono innaffiare meglio la rosa riformista.

E veniamo, più brevemente, alla partecipazione di D’Alema alla trasmissione di Lilli Gruber. Naturalmente non considero un reato di lesa maestà la critica, anche dura, all’attuale presidente del Consiglio. Renzi non è un usurpatore nel Pd. E’ un leader che ha combattuto, e vinto, nel partito una battaglia politica a viso aperto, che non ha avuto e non ha timori reverenziali, che non si spaventa della discussione aperta come si è visto anche nell’ultima riunione della Direzione nazionale. Si può criticare le singole scelte politiche, ci si può organizzare per contendere la leadership nel prossimo congresso, si può con delle proposte cercare di contribuire di volta in volta alle decisioni da prendere: sono tutte modalità possibili e legittime per stare da minoranza in un partito democratico e plurale in cui certo non sono mancate e non mancano le possibilità per esprimere le proprie opinioni. Mi sembra meno comprensibile – tanto più se viene da una personalità dello spessore e dell’esperienza di D’Alema – a due mesi da una prova davvero difficile come il voto di Roma, parlare di ‘momento di riflessione’ sulla scelta di votare il candidato del Pd.

Infine il #matteorisponde di ieri. Tra i tanti commenti ho trovato molto interessante la riflessione di Giovanni Boccia Altieri (@gba_mm) che paragona questa esperienza ai “discorsi al caminetto” di Roosevelt, all’insegna della disintermediazione. Il leader parla direttamente con i cittadini, in modo diretto, senza la mediazione del giornalista… e del partito aggiungo io.

Si discute molto in questo periodo sulla personalizzazione della politica e non pochi tra i critici di Renzi gli contestano di aver indebolito il partito per un eccesso di leadership e per un’eccessiva attenzione alla comunicazione. Siamo sicuri che invece Renzi non stia cercando una strada 2.0 per rispondere alla crisi dei partiti? E siamo sicuri che non sia necessario che anche la sinistra riformista riesca ad arrivare al cuore (e forse alla pancia) del Paese con i suoi contenuti piuttosto che attendere che la società finalmente ci capisca e torni a fidarsi di noi piuttosto che dei leader radicali e populisti? Ieri Renzi ha detto che il governo sta studiando la possibilità di dare gli 80€ alle persone che percepiscono pensioni più basse. A me sembra una questione seria, sulla quale ovviamente sarà necessario fare le verifiche in termini di copertura finanziaria. Ma perché dispiacerci se questa e altre idee raggiungono una vasta opinione pubblica grazie a nuove forme di comunicazione tra il premier e i cittadini?

Personalmente non vedo una contraddizione tra leadership, comunicazione e ruolo dei partiti. Se c’è un leader forte e comunicativo se ne avvantaggia tutto il partito, se un leader forte ha un partito ben organizzato le idee (tanto più quelle riformiste!) possono essere meglio difese e realizzate nella società. So bene che c’è molto da fare perché il Pd sia pienamente all’altezza del compito che abbiamo ma non sono certo le divisioni tra noi o la delegittimazione del Premier che potranno aiutarci a diventare un partito migliore.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli