Il Pd funziona solo se funzionano le primarie

Pd
In un quartiere popolare di Napoli uno dei seggi delle  primarie del centrosinistra per la presidenza della Regione Campania, 01 marzo 2015.
 ANSA/CIRO FUSCO

Non si possono convocare gli elettori solo quando i dirigenti non si mettono d’accordo, così cresce solo la delegittimazione dei partiti

Inutile nascondercelo si sta materializzando nel gruppo dirigente del Pd un clima anti primarie e questo proprio quando l’esperienza pare estendersi. E allora avendole spesso sostenute con determinazione vorrei provare a difenderle ancora una volta. Parliamo per ora di primarie per le cariche monocratiche: sindaco, presidente di consiglio regionale e premier.

Sgombriamo il campo da due argomenti capziosi: l’inquinamento e la difficoltà di porre regole. Se si vuole farle davvero, questi due problemi si risolvono. Le ragioni per le quali questi problemi non vengono affrontati sono politiche e non tutte esplicitate. Sembrerebbe che alcuni pensino che una volta ridata dignità alla politica (e alla funzione del gruppo dirigente del partito) ricorrere alle primarie sarebbe non solo dannoso ma segnalerebbe una debolezza proprio del gruppo dirigente, una mancanza di autorevolezza. Oltre a questo problema ve ne è poi un altro – per me cruciale – le primarie attizzerebbero la militanza e indebolirebbero i settori più inclini a parlare agli elettori marginali e mobili. Insomma i candidati che vincono le primarie sono quelli che mobilitano i già convinti (o che hanno una propria forza elettorale a prescindere) ma parlano poco agli indecisi ai “marginali”, quelli che in uno schema maggioritario determinano vittoria o sconfitta. Fare le primarie significherebbe quindi lasciar più spazio ai più attivi (spesso più organizzati) che agli elettori meno coinvolti, più mobili.

Per quanto attiene la prima obiezione, sono convinto che un partito che – in una società sempre più complessa come la nostra – abbia scelto il maggioritario come sistema elettorale e la vocazione maggioritaria come propria cifra distintiva (identitaria) non possa che essere un partito plurale con una leadership contendibile. Un partito quindi che deve obbligatoriamente interpretare la competizione interna come un elemento di crescita, di sviluppo e di capacità di attrazione. Un partito che deve trovare forme efficaci di convivenza tra posizioni che periodicamente si sfidano per la conquista della leadership. Per questo l’idea che alle primarie si ricorra solo nel caso che non si riesca a trovare un’intesa interna (dove poi? a quale livello?) sul candidato mi pare inaccettabile. La sostenne Filippo Penati allora coordinatore della segreteria di Bersani e mi pare la sostengano in molti oggi a destra o a sinistra, ma anche nel Pd.

Messa così, come ultima ratio per trovare un’intesa, le primarie vengono vissute come patologia del processo di scelta. A mio parere è proprio questo che allontana gli elettori perché fa apparire le primarie una vicenda interna, una resa dei conti non un’opportunità offerta agli elettori interessati alla politica. Invece le primarie vanno radicate nel costume democratico, devono diventare fisiologia, una grande opportunità per i cittadini. E l’esito probabilmente dovrà essere quello di una regolamentazione per legge.

Ma poi chi avrebbe la legittimità di scegliere il candidato? Coloro che stanno cercando di riqualificare sia la politica sia il partito dicono “noi, il gruppo dirigente”. Bene, a mio parere qui non si colgono un paio di punti. Il primo è che lo stato dei partiti politici oggi in Italia è frutto di un processo di deligittimazione profondo e pluridecennale, legato all’aumento della complessità sociale e alle conseguenze della mediatizzazione della società. Il secondo è che la rilegittimazione dei gruppi dirigenti dei partiti politici italiani non può che passare da un rapporto nuovo con i cittadini: non si può non rispondere alla loro domanda di essere partecipi esaltata dalla diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione, dai social network e più in generale da quel processo molto complesso che è stato definito disintermediazione o società della autocomunicazione di massa.

Inoltre, se qualcuno pensa nel Pd che le primarie siano colpevoli della scelta di candidati che hanno subito pesanti sconfitte evoca una scusa molto debole. In quelle realtà il gruppo dirigente era altrettanto debole, diviso se non frantumato. Nessuna scelta autoritaria esterna avrebbe sanato quelle ferite. In quelle condizioni le primarie hanno solo reso ancor più evidente la debolezza politica del gruppo dirigente locale e nazionale. E da quella debolezza difficilmente sarebbe potuto emergere un candidato vincente e se per paradosso lo si fosse trovato non avrebbe “risposto” al Pd e presto sarebbe andato in crisi. Il problema non è solo vincere le elezioni ma governare!

Proprio quella modalità di gestire le primarie come resa dei conti interna ha rinchiuso il partito nel proprio recinto autoreferenziale, ha fatto emergere la debolezza delle candidature e non ha permesso l’apertura agli elettori.

Insomma, e qui parlo soprattutto per il Pd, le primarie sono elemento distintivo, opportunità qualificante ma anche condanna. Far funzionare bene il Pd a mio parere significa impegnarsi a far funzionare bene le primarie perché il Pd è nato per essere, plurale, a vocazione maggioritaria, competitivo al proprio interno, aperto. Un partito di elettori e iscritti costruito attorno a quello che è il ruolo essenziale di un partito in una democrazia: selezionare persone e idee per far funzionare bene le istituzioni democratiche a tutti i livelli.

Ci sarebbe poi da affrontare il nodo delle primarie per altre cariche pubbliche o per quelle di partito. A mio parere è importante anche in questo caso individuare prima di tutto una direzione e cercare di perseguirla: saranno più forti e autorevoli (meno esposti a opportunismi se non corruzione) quei gruppi dirigenti che si formano sapendo che la verifica del loro lavoro (la loro accountability) sarà sempre più esposta al vaglio degli elettori e non solo a quello (spesso autoreferenziale) dei gruppi dirigenti necessariamente frutto di selezione oligarchica basata sulla cooptazione. Per questo non amo sentire ripetere anche da amici che stimo che le primarie non sono un mantra, non devono diventare una costrizione ideologica. Certo si possono anche non fare se proprio non sono necessarie ma prima di tutto vanno considerate la chiave di volta che tiene in piedi una nuova ed efficace forma di organizzazione della rappresentanza adatta al nostro tempo. Una sfida grande e affascinante.

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