Il Pd e la sua periferia

Amministrative
Un momento in via del Nazareno durante la riunione di Direzione del Partito Democratico. Roma 4 Aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Né il centrodestra, né tantomeno il M5s sono in grado al momento di delineare un’alternativa nazionale al Pd

Per provare a comprendere i risultati delle elezioni amministrative di domenica – risultati concordemente riconosciuti disomogenei e anche contradditori tra loro – bisogna fare un passo indietro così da poter cogliere il quadro d’i n s i e m e. Sgombriamo subito il campo dagli equivoci e dai rituali che di solito accompagnano l’analisi del voto.

Ieri mattina Matteo Renzi ha detto chiaro e tondo che le elezioni non sono andate bene, e ha anche aggiunto, con la sfrontata disinvoltura che resta uno dei suoi tratti migliori, che “non bene” per un partito ambizioso come il Pd significa “male”.

Per chi crede nella scommessa renziana – una buona politica non può che fondarsi sul principio di responsabilità e sull’onestà nei confronti degli elettori – le dichiarazioni del segretario del Pd hanno l’effetto di una boccata d’aria fresca (del resto, l’av ve n t u r a dell’allora sindaco di Firenze prese il volo proprio con l’ammissione aperta di un’altra, ben più grave e più vera sconfitta: quella alle primarie del 2012). Se infatti la posta in gioco è la trasformazione dell’Italia, e non l’autoconservazione di un gruppo dirigente, la schiettezza è essenziale.

Prima di parlare del Pd, occorre però una breve riflessione sugli altri attori. Il M5s è andato molto bene a Roma e a Torino, ma nel resto d’Italia – comprese Milano e Napoli – è una forza marginale. Il centrodestra unito a Milano ottiene un ottimo risultato (e Forza Italia prende il doppio dei voti della Lega), mentre a Roma e a Torino, dove invece era diviso, non arriva al ballottaggio; a Bologna la candidata di Salvini si qualifica per il secondo tempo, a Napoli è invece Forza Italia a sfidare il sindaco uscente.

La ragione di questa estrema disomogeneità dipende probabilmente dalla scelta dai candidati (oltreché naturalmente, nel caso del centrodestra, dalle divisioni interne): ma c’è qualcosa di più. Non è vero che il nostro sistema politico sia ormai stabilmente tripolare. Il centrodestra – uno dei due pilastri del bipolarismo della Seconda repubblica – dispone di un cospicuo serbatoio di voti, ma non è ancora in grado di trovare una politica e una leadership comuni. Berlusconi ha dimostrato un’altra volta, se mai ce ne fosse il bisogno, di essere ammaccato sì, ma tutt’altro che fuori gioco (Parisi e Lettieri sono sue creature); Salvini è senz’altro rimasto sotto le aspettative ma rimane un attore essenziale; nessuno dei due intende rinunciare alla leadership. In altre parole, le “primarie” del centrodestra non hanno trovato una soluzione alla riorganizzazione interna di quello schieramento: che rimane dunque gravemente lesionato.

Quanto al M5s, il successo di Roma e Torino mostra anche, per contrasto, l’estrema gracilità del movimento, che su 22 Comuni capoluogo arriva al ballottaggio soltanto in tre. E così veniamo al Pd: l’unico partito nazionale, presente praticamente in tutti i ballottaggi (salvo Napoli) e capace in non pochi Comuni di vincere al primo turno, è il partito di Renzi.

Né il centrodestra, né tantomeno il M5s sono in grado al momento di delineare un’a l te r n a t iva nazionale al Pd. Il sistema politico che esce dal primo turno, anziché tripolare, è piuttosto fondato su una forza sostanzialmente omogenea lungo la Penisola, e due monconi che, alternativamente, ne insidiano il primato.

Il bicchiere, insomma, è mezzo pieno. Perché allora Renzi, giustamente, osserva che il bicchiere è anche mezzo vuoto? Perché il rinnovamento radicale di cui Renzi è insieme il motore e il simbolo non è una passeggiata, non è affatto completato, richiede tenacia e coraggio ed è destinato, fin dall’inizio, a scontrarsi con una doppia inerzia: da un lato chi non vuole cambiare affatto, e dall’altro chi non ha la pazienza per cambiare davvero.

La questione riguarda il sistema politico e l’opinione pubblica nel suo insieme, ma investe anche il Pd: dove non mancano le incrostazioni, i vecchi rituali correntizi, un certo trasformismo conservatore e, più di una volta, l’incapacità di produrre quelle rotture – di metodo, di proposta politica, di uomini – che ci si aspetta dal partito di Renzi.

Dare la colpa al segretario del Pd, il quale non farebbe abbastanza il segretario del Pd, è una reazione spontanea ma sbagliata, perché ricade precisamente in quel vecchio modo di far politica che il renzismo vuole seppellire. Renzi ha annunciato che manderà un commissario a Napoli (era ora), e ha fatto capire che si occuperà di più della “d i t t a”. Ma la questione vera è un’altra: è il Pd che deve trovare il modo di mettersi in sintonia con il cambiamento, di mutare con coraggio il proprio modo di funzionare e decidere, di selezionare una nuova classe dirigente in periferia all’altezza della sfida in corso, di parlare agli italiani anziché a se stesso. La lotta continua, non è che un i n i z i o.

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