Il Pd deve curare la malattia autoimmune che lo afflligge

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L’azione dell’establishment della minoranza sta contribuendo oltremodo a creare confusione nell’elettorato sul quesito referendario

In ambito medico, una malattia autoimmune consiste nell’alterazione del sistema immunitario che può dare origine a risposte immuni anomale verso i propri tessuti e verso le proprie cellule. In soldoni, verso sé stesso.

Questo interessante quanto pericoloso quadro clinico, mi ha dato lo spunto per descrivere la situazione attuale del Partito Democratico nella sua interezza: è un corpo umano, quello di un giovane brillante di buone speranze, che corre a velocità sostenuta, attaccato dal suo stesso sistema immunitario che prova a distruggerne i tessuti degli arti inferiori con il rischio concreto di azzopparlo per rallentarne o tutt’al più interromperne la corsa. Aggredire le gambe per fare danno al giovane, allo stesso modo aggredire il PD per fare danno all’Italia.

Ecco che il ruolo dell’opposizione interna al Partito Democratico, per fortuna non nella sua interezza, ricorda proprio quello delle malattie autoimmuni.
La verve autoimmune, o tafazziana, sta emergendo in tutto il suo splendore proprio in questa fase molto delicata, durante la quale l’Italia si prepara, a mio avviso male e in maniera superficiale, ad affrontare il voto referendario di novembre.

Partendo dal presupposto che reputo parte dell’elettorato non ancora maturo per affrontare con serenità un referendum molto tecnico, visto che la vis polemica del fronte del No si basa non sui contenuti della riforma costituzionale bensì sul tentativo di abbattere definitivamente Renzi e i suoi seguaci, credo che l’azione dell’establishment stia contribuendo oltremodo a creare confusione nell’elettorato che si chiederà: “ma se nemmeno tutto il Pd è convinto della bontà della riforma, allora vuol dire che questa riforma è sul serio un attacco alla Costituzione”, proprio per riprendere uno slogan che spesso leggo nei social network, come dozzinale sintesi delle ragioni del no.

Sono convinto che questa confusione non sia casuale ma voluta ad arte.
L’opposizione interna al PD, ribadisco non nella sua interezza, creando un diffuso disorientamento nell’elettorato, utilizza lo strumento del Referendum per una rendita di posizione senza avere il buon senso di non farlo capire. Anzi, le ragioni del voto favorevole ancorate alla modifica dell’Italicum, quest’ultima finalizzata all’ottenimento della garanzia che Renzi dovrebbe offrire per assicurare alla minoranza una quota cospicua di “seggi sicuri”, vengono raccontate alla gente con una nouance vittimistica e, mi si consenta il termine audace, spudorata.

Le finalità di questa battaglia interna al PD, tutte mirate alla sopravvivenza politica di un nugolo di politici che a Roma facevano il bello e il cattivo tempo e che oggi, con il responso delle urne, non potrebbero nemmeno amministrare un condominio, rappresentano il punto nodale su cui si basa il dibattito interno, alimentato da fattori esterni, vedi la posizione dell’ Anpi, che in barba alle lotte partigiane che oggi ci consentono di vivere in democrazia, interviene nel dibattito politico nazionale in nome e per conto della CGIL, o per meglio dire, sotto mentite spoglie.

Non vorrei essere troppo cruento nella mia analisi, ma come per le malattie autoimmuni che possono essere curate con gli immunosoppressori, in modo da attutire l’impatto del sistema immunitario “impazzito” nel corpo umano, reputo urgente trovare soluzioni concrete e condivise da tutte le anime del PD per interrompere, di comune accordo, questo becero assalto alla diligenza.

La soluzione non può essere una tregua temporanea, più adatta agli ambienti militari.
La soluzione è l’Italia e il suo futuro. Il PD, nella sua totalità, deve avere uno scatto d’orgoglio e di buon senso, per una volta non mirato all’autoconservazione ma tutto devoluto alla tutela del cittadino, che merita uno stato moderno, al passo coi tempi. Uno stato dove legiferare deve diventare la normalità e non una maratona. Uno Stato capace di adempiere alle sue funzioni ma capace allo stesso modo di ridurre le dimensioni elefantiache del proprio apparato, gigantesco appunto ma incapace negli anni di dare risposte di senso compiuto ad una popolazione stremata da un’atavica assenza delle istituzioni, che hanno puntato all’accrescimento e alla protezione di privilegi che con la riforma vengono attutiti.

Vorrei che per una volta, la retorica di tutto il PD si concentri sui contenuti della riforma e dell’azione riformatrice, a mio avviso efficace, messa in campo dall’esecutivo in questi anni di governo. Vorrei un partito che deve scendere per strada a chiedere di votare Sì alla riforma non per fare un favore al PD o a Renzi, ma per il futuro e il benessere dello stesso elettore.

E vorrei, per una volta, per la prima volta da quando faccio politica, vedere un partito capace di discutere al suo interno, con un ragionamento non mirato alla distruzione dell’avversario interno ma al rafforzamento del partito, alla formazione seria delle nuove leve, al raggiungimento di un obiettivo comune che spesso a troppi sfugge: un partito competitivo, con una leadership forte ma con un apparato altrettanto forte, capace di parlare con la gente senza timore dell’antipolitica, un partito capace di concentrarsi sulle riforme necessarie, nella sua interezza e con le legittime sfaccettature interne.

Solo in questo modo il Partito Democratico potrà definitivamente fare uscire l’Italia dal pantano e, per metterla di nuovo sulla medicina, godere di robusta e sana costituzione.

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