Il Partito democratico, nove anni dopo

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Io ho messo un seme, con milioni di italiani, in quel tempo ormai lontano. Tocca a voi, oggi, far crescere la pianta. Fatelo insieme, viene meglio

Sono passati nove anni da quel giorno di metà ottobre del 2007 in cui nacque il Pd. Nove anni di esistenza di un partito, per questi tempi paradossali, sono quasi un record. Ormai i partiti sono come i Kleenex, usa e getta. Sono proiezioni di ambizioni personali, sono del tutto privi di radici storiche e culturali, per non parlare dell’esistenza di valori comuni di riferimento. Nascono, in generale, da continue scissioni, fino a quella
dell’atomo. Si costituiscono in parlamento gruppi parlamentari dai nomi fantasiosi, riempiti da Fregoli del trasformismo. Si dice che siano quasi trecento i parlamentari che hanno cambiato casacca in questa legislatura.
Un fenomeno di crisi della politica che racconta i prodromi di una crisi istituzionale.

Il Partito democratico nacque invece da ciò che è più difficile nella vita politica, da sempre: una fusione. Si misero insieme culture diverse, si sciolsero due partiti eredi di tradizioni profonde nel novecento. Fu doloroso e meraviglioso, come un parto. Solo per un attimo voglio ricordare il clima, quasi di festa, di quei giorni, quelli successivi al Lingotto. Non dimentichiamo – perché la storia non è un tweet e semplificarne la complessità è un reato culturale grave – che il nuovo partito nacque nel momento forse più difficile della storia recente del centrosinistra italiano. Nasce dopo lo choc delle amministrative del 2007, quando il centrosinistra che governava – in verità con un solo voto di maggioranza al Senato – subì quella che tutti i giornali definirono una “batosta storica”, perdendo decine di amministrazioni.

Giustamente Prodi, commentando quel voto, rivolse l’indice nella direzione corretta, verso i partiti e i ministri della sua coalizione che partecipavano grottescamente a manifestazioni contro il governo del quale facevano parte: «Come si fa a dare un’immagine di buongoverno, quando i ministri e gli alleati della tua maggioranza sono i primi a smontare i provvedimenti che prendi? Ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo annunci, e c’è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare, per aumentare la visibilità sua e quella del suo partito».

Il Pd nacque, diciamoci la verità, per fronteggiare un’emergenza politica, in un momento di tracollo del consenso attorno ai suoi partiti. E nacque, anche questo va detto, con dieci anni di ritardo. Il Pd doveva essere la prosecuzione dell’Ulivo. Doveva nascere sulla scia della inaspettata e entusiasmante vittoria del 1996. Come Prodi propose, inascoltato ed avversato da molti. Il Pd, lo ha scritto benissimo Ezio Mauro, ha radici solide, che non deve dimenticare.

Quando presentai i lineamenti della mia candidatura a segretario, al Lingotto, cercai di far capire quale miracolo politico dovevamo compiere. Assumere con orgoglio la parte migliore di storie politiche diverse, Moro e Berlinguer, e la meravigliosa vicenda umana di milioni di persone che avevano fondato associazioni di volontariato o cooperative di braccianti, che avevano combattuto ed erano morti insieme per liberare l’Italia dal fascismo, di operai comunisti che avevano migliorato la vita dei loro compagni di lavoro battendosi per i loro diritti, di militanti cattolici che facevano vivere l’idea della pace o della moralità, da La Pira a Don Milani a Tina Anselmi.

Nel nostro cuore, non solo nella nostra mente, queste storie di vita e di sofferenza, di lotte e di valori, dovevano coesistere. Incontrandone altre, culture vitali, la cui dimensione minoritaria ha pesato come un macigno nella storia italiana: l’azionismo, il socialismo riformista, quello che nel ’56 aveva ragione, l’ambientalismo, il femminismo. Come si poteva fare tutto questo? Come si potevano far incontrare culture così diverse e, nella storia conflittuali? Ma il mondo, dopo il 1989, era un mondo nuovo ed era possibile farlo. Era necessario farlo. Diciamoci la verità: singolarmente nessuna di quelle culture, fondate nel novecento europeo, era in grado di affrontare una società in radicale e repentino mutamento di figure sociali, di modi di pensare, di meccanismi di produzione e distribuzione della ricchezza e del lavoro. Un mondo globalizzato, dopo un mondo separato in blocchi. Una rivoluzione. Non poteva farcela nessuna delle culture del novecento europeo.

E, d’altra parte, consentite di dirlo a chi ora continua in altra forma il suo impegno civile e politico, co s’altro deve succedere per farlo capire? Quanti tentativi di tenere in vita forme di sinistra tradizionale, estrema, massimalista, ideologica sono stati realizzati e sono falliti? E quanto è profonda la crisi dei partiti socialisti europei, purtroppo ridimensionati dall’incapacità di trovare risposte al cambiamento in atto? Erano egemoni negli anni novanta ora sono quasi ovunque all’opposizione. E che fine hanno fatto i partiti di ispirazione cattolica? Bisognava, nel far nascere il Pd, essere capaci di saldare il senso di una storia e una cultura politica tutta nuova, tutta nuova. Non la giustapposizione di ciò che preesisteva ma lo sforzo di portare un sistema di valori in un mondo nuovo con una posizione politica e programmatica forte e dei valori riconoscibili.

L’idea che mi muoveva era quella di fondare un partito riformista di massa, un inedito nella storia italiana. Doveva avere una propria cultura autonoma, una struttura di partito aperto, idee coraggiose per coniugare crescita e equità, doveva essere discontinuo per introdurre una nuova etica pubblica. Questo è stato il lavoro intenso di quei mesi: la carta dei valori, la creazione di comitati che in tutta Italia fecero nascere, anche oltre i partiti tradizionali e le loro strutture e dirigenti, la nuova forza che raccoglieva ed esprimeva un entusiasmo che porto ancora negli occhi e nel cuore.

Il movimento di Grillo, in quella prima metà del 2007, prima della nascita del Pd, aveva già mostrato la sua forza, con decine di migliaia di persone che partecipavano alle manifestazioni del cosiddetto vaffa day. Ma, anche qui voglio essere schietto, la nascita del Pd, per la sensazione di novità che trasmetteva, arginò quel fenomeno. Lo vedemmo nelle urne, alle elezioni di Aprile, il cui esito era purtroppo, in termini di governo, scritto nei sondaggi da più di un anno. Il Pd raccolse, alla sua prima uscita, dodici milioni di voti, e raggiunse una percentuale di più del 33 per cento. Un dato storico, finora ma spero per poco tempo ancora, mai più raggiunto in elezioni politiche. E conquistato dopo una campagna elettorale davvero entusiasmante. Quale era, sul piano politico, la novità rappresentata dal Pd? Era la “vocazione maggioritaria”, cioè l’ambizione di dimostrare che, in questo tempo nuovo, alla sinistra riformista non fosse riservata la sola possibilità, per governare, di trovare alleanza funamboliche, come quella da Mastella a Ferrero, che magari potevano affermarsi di un soffio alle elezioni ma poi non riuscivano a governare.

Per il Pd delle origini vincere le elezioni era un mezzo, non un fine. Avevamo verificato, torno alle parole di Prodi, come la eccessiva eterogeneità di una coalizione impedisse l’azione riformista e persino la stabilità necessaria. Bisognava voltare pagina e costruire le condizioni politiche e istituzionali della democrazia dell’alternanza. Quelle politiche prevedevano l’idea di una sinistra riformista a vocazione maggioritaria, innovativa nei programmi e radicale nelle ambizioni di cambiamento sociale. Sinistra, che non è una brutta parola. Sinistra moderna, sinistra del cambiamento possibile. La sinistra conservatrice è un ossimoro. Così come lo è l’idea di un partito democratico che non sia di sinistra. Le elezioni americane ci stanno ricordando il valore di una differenza che bisogna far emergere. Il Pd esiste solo se è a vocazione maggioritaria e la vocazione maggioritaria esiste solo se il Pd è una forza aperta della sinistra riformista moderna. Né un partito di centro modernizzato, né una forza di sinistra tradizionale possono aspirare a nulla di utile in questo paese smarrito.

Ma la nascita del Pd portava con sé anche il completamento di un percorso travagliato di innovazione del sistema politico e istituzionale. Non ho cambiato idea: credo in una democrazia dell’alter – nanza, in un sistema maggioritario, in un governo autorevole controllato da un parlamento forte, in regolamenti delle assemblee che assicurino diritti alle minoranze. Ma, in una democrazia moderna , devono essere gli elettori a scegliere il governo, il governo deve essere messo in condizioni di attuare pienamente il mandato ricevuto, le opposizioni devono controllare l’azione di governo e prepararsi alle elezioni successive. Davvero vogliamo tornare ai governi fragili, prodotti dalle trattative tra partiti deboli, esposti ai giochi delle imboscate politiche e parlamentari? Non ci rendiamo conto che viviamo un tempo in cui è la stessa idea di democrazia ad essere messa in discussione? E l’idea di tornare al proporzionale, il gioco dell’oca del quale ho già parlato qui, è secondo me foriera di una pericolosa instabilità di governo. Oggi davvero pericolosa per le istituzioni. Una democrazia che non decide, la storia lo dimostra, è destinata ad essere travolta, specie in tempi di crisi, da qualcuno che interpreta il bisogno di decisione privandolo della democrazia. Il Partito Democratico, non smetto di pensarlo, è la principale risorsa di governo europeo e riformista per l’Italia.

Deve essere liberato dai capicorrente e dai capobastone che hanno fatto fuggire tante persone che volevano aiutare. Deve essere aperto e deve rispettare e capire chi è diverso da sé. Deve includere e mettere in movimento. Deve essere orgoglioso delle sue radici e farsi parte del futuro possibile. Deve combattere e non indulgere o inseguire populismi e demagogie. Deve avere valori, morali e politici, che lo facciano sentire dalle persone oneste e dalle persone che soffrono come la loro casa. Buon compleanno a tutti coloro che hanno vissuto questi nove anni, che hanno discusso, che litigano, che hanno passione politica. Io ho messo un seme, con milioni di italiani, in quel tempo ormai lontano. Tocca a voi, oggi, far crescere la pianta. Fatelo insieme, viene meglio.

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