Il partito che vorrei

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Ritengo che un partito, come da tradizione, con le accezioni proprie, però, della modernità, debba occupare lo spazio tra i cittadini e le istituzioni

In un mondo che cambia, in una società in continua evoluzione, nell’era dei media, nell’epoca della comunicazione a tutti i costi, una riflessione sulla forma partito penso sia necessaria quanto utile. Calura a parte.

Inequivocabilmente, c’è chi ha saputo leggere, con minuzia, i cambiamenti che veloci come il treno investono i nostri usi e consumi, le nostre vite, per far sì che le forme del partito evolvessero, cambiassero alcune modalità, come per esempio quelle comunicative. E senza dubbio ciò è avvenuto. Il punto è tutt’altro, ovvero le funzioni del partito e la forma. Sui contenuti ne avrei di pergamene da vergare, ma non è questo il momento.

Ahinoi, assistiamo oggi ad un partito con visioni alquanto diverse rispetto a quelle dei valori fondativi: le visioni collettive sono rinchiuse, ormai, nell’armadio, mentre quelle particolaristiche, specifiche e ritagliate su misura all’occorrenza echeggiano, senza sosta. A volte, alcuni, si chiedono se ciò non è altro che l’adattamento alle richieste dei cittadini, pure esse mutate. Penso sia errato immaginare che la domanda che il popolo pone alle istituzioni e/o ai partiti sia divenuta specifica e non più collettiva. Tranne casi singoli, ovviamente.

Ritengo che un partito, come da tradizione, con le accezioni proprie, però, della modernità, debba occupare lo spazio tra i cittadini e le istituzioni. Prestando attenzione a non appiattirsi, in nessun modo, sul palco delle istituzioni riducendosi a mero megafono. Quando ciò avviene, quando il partito viene inteso come vicino alle istituzioni e non attento ai bisogni dei cittadini, la degenerazione della politica è alle porte, e non busserà di certo.

In casa nostra, patria dell’idea di una democrazia di tipo orizzontale, viviamo in un paradosso quasi kafkiano: il popolo delle primarie rinchiuso – o incastrato – in un partito a tratti verticale. Un’istantanea dall’esterno registrerebbe una sorta di forma ottagonale, poco simmetrica in taluni casi.

Oggi, senza dubbio, siamo i soggetti di una narrazione dalla leadership forte, consistentemente mediatica. Potrebbe dirsi un fattore formidabile tutto ciò, ma solo se questa fosse in sinergia con tutte le altre forme e funzioni del partito. Lo sfaldamento di questo rapporto, invece, non fa altro che desertificare le altre funzioni, alimentando autolesione ed isolamento. Con probabilità di fallimento. Una leadership che non fortifica le altre funzioni ma le assorbe non è funzionale, affatto, al suo scopo naturale.

Penso sia arrivato il momento di ammettere di non essere stati in grado di dar vita al partito che avevamo in mente, quello delle visioni collettive, degli elettori e non degli eletti, quello in grado di formare e non di distruggere. Tutto ciò a partire non dalla storia recente, ma dal post partito di massa. È come se i partiti stessero trasferendo sulle istituzioni i loro problemi, non curandoli.

Il partito del futuro, che dovrebbe essere passato e presente, dovrà essere l’elaborazione di quei valori che sono alla base della nostra identità, in modo quasi antropologico: l’uguaglianza della libertà, della dignità e dei diritti. Senza sottrarsi alla cancellazione delle idee e delle visioni gerarchiche della società. Abbiamo bisogno di sfidare le altre forze politiche sui temi veri, quelli che riguardano la vita reale dei cittadini, quelli che generano mobilitazione ed appassionano. Ci sia uno spazio intermedio, con un’identità forte, tra governanti e governati, funzionale ai bisogni generali che possa ritornare, davvero, a chiamarsi partito.

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