Il paradosso dei trumpisti del No: gli anti-élitisti produrrebbero la conservazione

Referendum
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L’antirenzismo militante imbevuto di gattopardismo, tutto cambi perché nulla cambi

Vi sono diversi modi di approcciarsi all’imprevedibile e imprevisto trionfo elettorale di Donald Trump: taluni evocano scenari apocalittici – l’intera ascesa politica del tycoon è stata letta dai più in un’ottica catastrofista –, altri osservano che il presidente Trump sarà assai più responsabile del candidato Trump e altererà meno di quanto ci si aspetti la continuità politico-istituzionale statunitense (i toni concilianti usati nel suo discorso d’insediamento sarebbero un’avvisaglia in tal senso), altri ancora lo salutano con entusiasmo, individuando in lui quell’afflato taumaturgico sulla cui sponsorizzazione ha costruito il suo storytelling.

Poi ci sono le opposizioni nostrane, un eterogeneo blocco politico-partitico da qualche settimana unificatosi in nome dell’antirenzismo militante: contro i più elementari principi della logica – e in preda a un inedito e bizzarro delirio italocentrico – molti degli antagonisti del premier hanno visto nella figura di Donald Trump la personificazione del No al referendum consultivo prossimo venturo, nel suo successo un inequivocabile ballon d’essai in vista del 4 dicembre.

Renato Brunetta, il più irrequieto dei capifila del fronte del No, ha interiorizzato tale visione delle cose al punto da chiedere le dimissioni di Matteo Renzi.

Ovviamente non è del tutto peregrino farsi delle domande circa gli effetti internazionali (diretti o indiretti, a breve e a lungo termine) della vittoria di Trump, né è irragionevole azzardare previsioni individuando il fil rouge che lega suddetta vittoria alla Brexit, all’exploit dell’Alternative für Deutschland in Germania, del Front National in Francia e via enumerando.

Il punto è che trascinando nel Belpaese questo ormai irreversibile trend internazionale, più che un disegno coerente si materializza l’ennesima anomalia italiana: solo dalle nostre parti i partiti intestatisi l’assai remunerativa battaglia contro le élite si battono, paradossalmente, per la conservazione dello status quo.

Un columnist straniero – o anche semplicemente un editorialista esterofilo – potrebbe osservare che in Italia perfino le pulsioni antiestablishment si sono cristallizzate in proposte politiche velleitarie e tragicomiche: non solo il Movimento Cinque Stelle, consapevole della propria vocazione maggioritaria, teme l’approvazione di una legge di revisione costituzionale che stabilizzerebbe (per di più blandamente e in via obliqua) l’esecutivo, ma propone perfino il proporzionale puro – e cioè l’istituzionalizzazione dell’immobilismo (loro, quelli della rivoluzione etica!), l’assolutizzazione del parlamentarismo (loro, roussoviani orgogliosamente antiparlamentaristi!) e il definitivo trasferimento di sovranità dal popolo alle oligarchie partitiche (loro, i feticisti della democrazia diretta ostili alle derive consociativo-partitocratiche!).

E – va da sé – non ritrattano neanche adesso che il fantasma del combinato disposto è stato esorcizzato mediante un patto tra Renzi e parte della minoranza dem: è evidente che lo spauracchio della deriva autoritaria era solo un pretesto.

È ovvio che dietro queste posizioni si celi una strategia ben precisa – obbligare alle larghe intese le forze moderate così da poter fare opposizione parassitaria – ma è curioso osservare quanta distanza ci sia fra i pentastellati e i loro omologhi d’oltralpe e d’oltreoceano, così orgogliosi dei rispettivi presidenzialismi (e cioè forme di governo decidenti che consentono alla forze politiche vincitrici di misurarsi con l’attuazione dei loro programmi e di assumersene, eventualmente, la responsabilità politica).

Non per nulla fra i neotrumpisti nostrani solo Matteo Salvini e Giorgia Meloni si dichiarano favorevoli all’importazione del modello presidenziale: comodamente inchiodati alle loro percentuali  tutt’altro che maggioritarie (il feudo dell’antipolitica, in Italia, è stato pressoché monopolizzato da Grillo), se il nostro Paese diventasse una repubblica presidenziale – prospettiva assai inverosimile, nell’Italia del complesso del tiranno – riuscirebbero a conquistare lo scranno di commander in chief solo in virtù di un intervento divino.

Per farla breve, dopo il totalitarismo e il colonialismo all’italiana (ambedue imperfetti e ridicoli nel loro tragico compiersi), il Movimento Cinque Stelle potrebbe inaugurare l’antielitismo all’italiana,  un’ideologia poggiata su un imperativo meno che gattopardesco: cambiare tutto affinché nulla cambi.

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