Il paradosso dei “duri” che alla fine avrebbero solo le larghe intese

Riforme
Aula della Camera con diversi banchi vuoti durante il voto finale sulla riforma della legge elettorale, Roma, 4 maggio 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Se vuoi vincere devi aprirti, altrimenti è stallo

I comportamenti umani di solito non sono determinati esclusivamente dagli obiettivi che si perseguono ma anche dall’ambiente nel quale sono inseriti. E, di solito, le organizzazioni come gli individui quando partecipano a una competizione si preoccupano, prima ancora che a vincere, a rafforzarsi, a sopravvivere.

Quindi, se vi partecipo sapendo che probabilmente nessuno vincerà assumerò un comportamento che sarà diverso se so che si tratta di un gioco a somma zero, che dalla partita deve comunque uscire un vincitore perché per esempio è previsto un ballottaggio.

Se parliamo di elezioni politiche, nel primo caso mi interesserà soprattutto mantenere i miei sostenitori, nel secondo dovrò per forza aprirmi, cercare di conquistare nuovi sostegni.

Nel primo caso penserò soprattutto a non perdere, nel secondo dovrò cercare di vincere per non arrivare alla lotteria dei rigori.

Nel primo caso costruirò un’organizzazione e una proposta politica che guarderanno più a ciò che sono stato che a quello che dovrò diventare. Nel secondo caso invece cercherò di accogliere nuovi sostenitori e idee adatte ad attrarli, cercherò di fare in modo che la mia organizzazione metabolizzi le differenze, declini i propri valori di riferimento in una proposta “a vocazione maggioritaria”, capace cioè di formare quello schieramento sufficiente a raggiungere la maggioranza dei voti se non al primo turno, quanto meno al ballottaggio.

Nel primo caso per “tenere i miei” insisterò sui miei tratti distintivi storici, ascolterò i già convinti potrò anche realizzare la miglior customer satisfaction ma soddisferò quelli che sono già clienti e mi sfuggirà il mercato potenziale. Nel secondo caso per “conquistare altri” cercherò di capire come vedono le cose quelli che mi sono vicini ma non mi hanno ancora scelto.

Questi condizionamenti ambientali agiscono ancora di più in un contesto tripolare.

Ora, la cosa stravagante è che, di fronte ad un esito non risolutivo, molti sostenitori delle regole che esaltano le differenze “forti” propongano la soluzione “debole” delle larghe intese.

Ma quanto più la vittoria è risicata tanto minori sono le probabilità di accordarsi oggi perché ieri la competizione è stata dura e le spinte a differenziarsi sono state più forti. E sarà soprattutto il secondo dei contendenti, quello che ha creduto di più alla vittoria, a vivere l’intesa come una resa.

È paradossale quindi sostenere regole del gioco che non prevedono una soluzione della contesa e da un lato spingono a esaltare le distanze e dall’altro offrano come unica soluzione del possibile stallo le “larghe intese”.

Le regole del gioco plasmano non solo le squadre e gli schemi di gioco, ma persino il fisico degli atleti.

Ecco perché è meglio avere regole del gioco che chiariscano molto bene che dalla competizione deve uscire un vincitore. Regole che spingano i contendenti a raccogliere più voti possibili perché questo è l’unico realistico antidoto allo stallo ed è la condizione per la continuità stessa del campionato cioè di un’efficace democrazia dell’alternanza.

Tenendo presente poi, en passant, che, per quanto notevoli possano essere le differenze tra i contendenti, non è in palio né lo scettro del tiranno né uno scontro di civiltà, si tratta pur sempre “soltanto” dell’elezione di un governo nazionale inserito in un sistema geo-politico che non ha più nulla a che fare con l’Europa di cento anni fa!

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