Il Papa delle periferie e queste elezioni amministrative

Vaticano
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Le sfide “sociali” di questo pontificato interpellano tutta la politica

Le periferie costituiscono un capitolo fondamentale del magistero di Papa Francesco che acquista un particolare interesse nel momento in cui alcune delle maggiori città italiane sono chiamate ad eleggere i nuovi sindaci.

D’altro canto, per motivi diversi, i temi di cui si discute nell’attuale campagna elettorale, hanno un carattere, per così dire, globale: integrazione sociale, qualità del welfare urbano, rischi di corruzione, famiglie, scuole, ambiente, traffico e, appunto, periferie. Dalle città s’intravede dunque uno spaccato ampio del nostro tempo.

Le periferie di cui parla Francesco – sociali e spirituali insieme – sono in primo luogo quelle reali, dove vive gran parte della popolazione urbana, o si accalcano – nelle metropoli del sud del mondo ma ormai anche in quelle europee – poveri, emarginati, esclusi, fasce sociali più deboli.

Sono i quartieri in cui si ritrovano immigranti o rifugiati in fuga dai conflitti o dalle catastrofi naturali, i non integrati, gli “scartati”: una popolazione invisibile che vive fianco a fianco ai ‘cittadini’, agli abitanti riconoscibili della città. Questa attenzione manifestata dal Papa intorno al tema cruciale della città, non sembra aver interessato più di tanto la classe politica italiana, e in special modo i candidati di destra o centrodestra al governo delle città, come gli stessi grillini.

Curiosamente, quando in Vaticano siede infine un papa che dichiaratamente spiega di non volersi immischiare con le questioni trattate dal Parlamento italiano, la capacità della politica di interloquire liberamente con il pensiero sociale della Chiesa e del vescovo di Roma, si appanna o si dissolve.

Non è più il tempo dei ‘gentiluomini di sua Santità’, in primis Gianni Letta, che avevano canali diretti e preferenziali con i sacri palazzi, né di quegli accordi e non scritti fra una politica – in prevalenza di centrodestra – pronta ad appoggiare le posizioni più intransigenti e clericali dell’episcopato, per riceverne in cambio un sostegno più o meno esplicito da parte dei vertici della Cei.

Il patto trono-altare, politica-gerarchie, è entrato in crisi, anche se in molti lo rimpiangono. Così nel disorientamento che ne è seguito, si è arrivati rapidamente ai ricatti della piazza estremista nei toni e nelle richieste del Family day, pronta a minacciare il ‘no’ al referendum sulla riforma costituzionale se fosse passata una qualsiasi forma di riconoscimento delle unioni civili omosessuali. Le due cose sono entrambe avvenute.

Ma forse c’è anche dell’altro. Come abbiamo scritto più volte, il Papa non ha cambiato l’insegnamento della Chiesa su questioni che riguardano la morale e la sessualità, tuttavia ha indicato il criterio della misericordia, dell’accoglienza rivolta tutti senza distinzione, come elemento pastorale imprescindibile. Tuttavia la questione va molto oltre: Francesco ha messo al primo posto i poveri, gli scartati, i migranti, le periferie non per costruire nuovi muri fra queste categorie a tutela di un benessere sempre più fragile e ridotto, ma per dare senso a quell’impegno per il “bene comune” quale base di una nuova forma di civiltà. E’ questa, ha ripetuto varie volte Bergoglio, una delle sfide più importanti del nostro tempo. Ma è certo una sfida che alla politica fa paura: la xenofobia, il conflitto fra poveri, i fili spinati, sono strumenti efficacissimi di propaganda e consenso la cui deriva antidemocratica è del resto già dimostrata da numerosi esempi del passato e del presente.

E forse sarà anche per questo che un movimento che si proclama antisistema e venato di demagogia come quello dei Cinquestelle, è così evidentemente a disagio con un papa che prende sul serio il Vangelo; gli esponenti grillini preferiscono, tutta al più, svicolare su questi temi cercando magari qualche intesa politica con i settori più tradizionali dei “sacri palazzi”.

D’altro canto le questioni sollevate da Francesco riguardano anche la sinistra, la chiamano in causa, la provocano su un terreno sociale ed economico ampio, la invitano a stare con coraggio dentro i problemi di quest’epoca. Non è dunque il momento di un neotemporalismo quello che stiamo vivendo con Papa Francesco, non è la stagione dei diktat vaticani, mentre lo stesso laicato cattolico dovrà impegnarsi in prima persona nella sfera politica e civile, se vorrà che il messaggio universale del papa diventi conseguenza concreta nella propria realtà secondo percorsi originali e autonomi.

E’ allora tenendo conto di questo contesto che la periferia, dal punto di vista sociale e cristiano, risulta tanto decisiva per Francesco. Rappresenta infatti, il luogo dove si incontra l’umanità di oggi con la sua varietà culturale, religiosa, sociale, con una ricchezza che non produce solo conflitti o povertà. “…Nelle grandi città – rilevava fra l’altro il Papa nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium che contiene un po’ il programma del pontificato – si può osservare un tessuto connettivo in cui gruppi di persone condividono le medesime modalità di sognare la vita e immaginari simili e si costituiscono in nuovi settori umani, in territori culturali, in città invisibili. Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano molte volte pratiche di segregazione e di violenza. La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile”.

“D’altra parte – aggiungeva – vi sono cittadini che ottengono i mezzi adeguati per lo sviluppo della vita personale e familiare, però sono moltissimi i ‘non cittadini’, i ‘cittadini a metà’ o gli ‘avanzi urbani‘. La città produce una sorta di permanente ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti”.

“Questa contraddizione – affermava Francesco – provoca sofferenze laceranti. In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza”.

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