Il Paese umiliato da sfregi perenni ora ci chiede il conto

Terremoto
A general view of the church of Santa Maria Argentea, the day after the strong earthquake that hit central Italy, in Norcia, Italy, 31 October 2016. Thousands of people are homeless after Sunday's 6.5-magnitude earthquake near Norcia rocked central Italy. The new quake compounded the already difficult situation in an area devastated by earthquakes on August 24 and October 26.
ANSA/ CROCCHIONI

La parola d’ordine, con sommo orgoglio, non sarà prevenire, ma ricostruire. L’Italia ha una storia di costruzioni e ricostruzioni

Non c’è niente da fare. Il compiacimento delle rovine è troppo forte. In ogni momento, e su ogni giornale, paesi ed edifici distrutti, oscenamente esibiti, tra paternalismo e commiserazione, in una progressione interminabile dopo i primi tre della «A»: Accumoli, Amatrice, Arquata. Non avevamo considerato la minaccia del subdolo sciamare di scosse per tutta l’estate nei tre paesi umiliati, e, mentre iniziavamo a dimenticare, nella nomenclatura delle vittime è entrata, in questi ultimi giorni ogni lettera dell’alfabeto per infiniti altri paesi e borghi.

E una valanga di articoli hanno ripreso a uscire, e infiniti intervistati, esperti e falsi esperti hanno fatto passerella in televisione. Si è distinto, a onor del vero, Matteo Renzi, che in uno dei suoi tanti pronunciamenti tra il «Sì» e il «Sì», ha voluto garantire – e dovrà farlo – l’impegno dell’Italia, prima come Nazione e poi come Patria, per la ricostruzione.

Un italiano, alla prova, contro ogni limitazione europea. Perché l’emergenza è tale in quanto richiede interventi immediati, e intanto di messa in sicurezza e poi ricostruzione. I vincoli europei consentono di sforare lo storico deficit solo per l’emergenza immediata, che, nei paesi colpiti, durerà per i prossimi cinque anni almeno. Il primo cratere è definito nelle tre «A», ma la rassicurazione di Renzi è importante perché riguarda tutti i comuni feriti nelle ultime due scosse, che tutta l’Italia ha sentito svegliandosi da un torpore inevitabile.

Oggi tutta l’Italia è terremotata, e sempre più alta è la consapevolezza del patrimonio perduto. Non finirà. Non è finito sotto la violenza della speculazione edilizia selvaggia, a partire dagli anni ’60; non è finito con l’aggressione brutale al paesaggio nelle regioni più povere e ricattate dalla mafia, protagoniste inconsapevoli della falsa rivoluzione dell’energia pulita, che ha sconvolto per sempre Puglia, Sicilia, Basilicata, Calabria e Campania.

Inutile tornare nei Nebrodi, inutile tornare a Palazzolo Acreide, inutile tornare a Melfi. Ovunque il paesaggio è straziato da torri alte 180 metri: a Foggia, a Troìa, a Sant’Agata, a Bisaccia, a Francofonte, a Mineo, a Vizzini, persino a Segesta. Catastrofe e orrore per quel paesaggio perduto che era ciò che di più bello potevano esibire Molise, Calabria, Basilicata e anche Puglia. E, naturalmente, Sicilia. Quel paesaggio non c’è più. Cesare Brandi scriveva: «Per andare a Mozia da Palermo, se uno vuol fare una delle strade più belle del mondo, prende da Costiera e passa da Castellammare, e quello che vede è così multiplo e diverso, come se invece di percorrere quelle poche centinaia di chilometri, ne facesse migliaia: tanto in poco spazio il panorama è variato e il mare si offre in modi così differenti e così belli. Per di più la strada è ancora poco alterata da vezzosi edifici moderni… lasciatemi dire che non si pagherebbe mai abbastanza per tenere questa costa, che è certamente la più bella della riviera, ancora intatta come ancora certo non lo è più la riviera né a Levante né a Ponente».

Su quel percorso, fino agli anni ’90 immacolato, oggi sono crocifisse 850 pale eoliche, in gran parte ferme. Brandi ne sarebbe stato trafitto. E voglio ancora una volta, da questo giornale di una sinistra che fu sempre avvertita sui temi dell’ambiente, denunciare l’indecifrabile silenzio dei tanti animatori di campagne d’indignazione, da Legambiente a Salvatore Settis, a Tomaso Montanari, a Roberto Saviano: bocche cucite sull’eolico. Sovrumani silenzi. La mafia nell’eolico, che è il suo maggiore affare, non l’hanno vista. Porzioni d’Italia non ci sono più. Meravigliosi paesaggi sono stati sfregiati, forse per sempre. Abbiamo assistito impotenti, almeno come davanti al terremoto, ma con la differenza che dovevamo impedirlo, come io talvolta ho fatto anche da solo (e in questi giorni per i parchi minacciati a Città di Castello, in passato per Sepino e San Nicola Arcella). Ma la violenza dell’uomo avanza. E non è quella della terra, anche se appare altrettanto ineluttabile. Il silenzio degli intellettuali è un tradimento.

Però poi si svegliano tutti quando i paesi iniziano a crollare; ed evocano come un mantra la parola magica, perennemente elusa: prevenzione. Ma quale prevenzione! Le strutture per mettere in sicurezza forti e torri, a Norcia e a Castelluccio, sono state spazzate via dall’aggressività del terremoto, che ha abbattuto come stuzzicadenti le impalcature di sostegno e le recinzioni, non più che fragili cerotti. Lo spettacolo delle rovine ci viene così esibito quasi con sadismo.

Chiese e campanili caduti, e abitanti senza casa, sotto i tendoni. Macerie e macerie di un’Italia che ha visto nei secoli terremoti immediatamente sepolti dal silenzio, nell’oblio per le genti che ne furono vittime. Adesso si reclamizzano, e ci rendiamo conto di quanto siamo mutilati, di quanto fosse importante quello di cui in realtà non importava niente a nessuno. San Benedetto non è mai stato nei nostri cuori. Tanti mi chiamano per dare il loro contributo per la ricostruzione.

La chiesa di San Salvatore di Campi nel comune di Norcia è stata rasa al suolo e sopravvivono, tra le rovine notevolissimi affreschi che pochissimi hanno visto e forse nessuno vedrà più, del ‘300, del ‘400 e del ‘500. Soffriamo per la loro perdita ma non ci siamo mai preoccupati di conoscerli veramente.

Così, con disarmante sincerità, Massimiliano Parente scrive quella che appare una sciocchezza, ma invece rispecchia l’insensibilità, oggi ipocritamente rivolta in sofferenza e costernazione: «Il crollo delle chiese, però, è divertente». Nessun finto rimpianto per un patrimonio ignorato. E Parente, assalito da perbenisti che non tollerano il paradosso, costretto a scrivere: «Il significato del mio post tanto incriminato era per me semplice, ma non tanto, visto che è stato frainteso. per un credente la chiesa è la casa di Dio, ma Dio per lo stesso credente è l’artefice di ogni cataclisma (basta leggere la Bibbia: terremoti, inondazioni, maremoti, diluvi più o meno universali, cavalletti, locuste). Se un credente credesse davvero dovrebbe dare la colpa a Dio, che lo ha punito, come nei testi sacri ha sempre fatto. Io, da non credente, ho molta pietà e angoscia per le vittime, perché la vita è una e questa».

Parente irride gli ipocriti, i fasulli, che fingono un dolore che non provano. Soltanto oggi tutti accorrono, rimpiangendo il patrimonio perduto. E alcuni pregano anche davanti alle chiese abbattute. Le ricostruiremo, sostituendoci ai patroni, ai santi cui le chiese sono dedicate, per onorarli, e che dovrebbero proteggerci. Dobbiamo fidarci di Renzi che dichiara: «Quando penso al sisma di oggi, penso a Norcia e, in particolare, alla Chiesa di san Benedetto che è patrono dell’Europa. Oggi il significato profondo dell’Europa è la ricostruzione. E noi non faremo alcun passo indietro». Il patrono non è stato in grado di proteggere neanche se stesso. Dovremo allora aspettare gli uomini per la grazia della ricostruzione. Per continuare il processo interrotto di costruzione dell’Italia. La parola d’ordine, con sommo orgoglio, non sarà prevenire, ma ricostruire. L’Italia ha una storia di costruzioni e ricostruzioni. Così vedremo se ha anche uno Stato.

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